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SPY FINANZA/ I "bastoni tra le ruote" per Padoan e la bad bank

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Facendo un esercizio semplicistico e prendendo in considerazione l’intero portafoglio di non performing loans delle banche italiane pari a 200 miliardi di euro e assumendo un taglio medio del 75%, gli analisti di Credit Suisse calcolano ulteriori accantonamenti per 37 miliardi di euro per l’intero settore. Qualche cifra? Bene, vediamo istituto per istituto a quanto ammonterebbero le perdite addizionali in base a questo scenario e al netto delle sofferenze registrate nel terzo trimestre del 2015. Intesa San Paolo patirà perdite addizionali per 4,7 miliardi di euro e un impatto di -37 punti su Cet1 ratio dal 13,3% del terzo trimestre al 13%; Unicredit perdite addizionali per 6,8 miliardi di euro e un impatto di -64 punti su Cet1 ratio dal 10,5% del terzo trimestre al 9,9%; Mps perdite addizionali per 2,8 miliardi di euro e un impatto di -104 punti su Cet1 ratio dall’11,7% del terzo trimestre al 10,6%; Ubi Banca perdite addizionali per 2,5 miliardi di euro e un impatto di -202 punti su Cet1 ratio dal 12,6% del terzo trimestre al 10,5%; Banco Popolare perdite addizionali per 3,6 miliardi di euro e un impatto di -330 punti su Cet1 ratio dal 12,8% del terzo trimestre all’8,9%; Banca Popolare Emilia Romagna perdite addizionali per 1,2 miliardi di euro e un impatto di -74 punti su Cet1 ratio dall’11,2% del terzo trimestre al 10,5%; Banca Popolare di Milano perdite addizionali per 677 milioni di euro e un impatto di -45 punti su Cet1 ratio dal 12,3% del terzo trimestre all’11,8%.

Cosa vuol dire questo? Che certamente se tutto andrà in porto liberare i bilanci da quei non performing loans sarà come rinascere per molti istituti, ma che ci sono due variabili da prendere in considerazione. Primo, come vedete se anche tutto andrà bene, l’Ue non si metterà di mezzo e lo schema sarà quello ipotizzato dallo scenario di Credit Suisse, la bad bank non sarà affatto a costo zero, ma implicherà perdite. Secondo, come faranno fronte gli istituti a quelle perdite e quindi come reagiranno i mercati a quell’impatto? Insomma, se la strada per la bad bank appare irta, non pensiate che una volta ottenuto il via libera il cammino divenga una passeggiata nel parco. E qualcuno comincia a portarsi avanti, visto che con tempismo invidiabile Unicredit lo scorso fine settimana ha cominciato un ciclo di buyback di proprie obbligazioni subordinate presso clienti che le detengono, con molte filiali che da venerdì mattina della scorsa settimana hanno cominciato a chiamare a casa gli obbligazionisti, rendendoli edotti riguardo la possibilità di vendere alla banca - che pagherà cash - le obbligazioni subordinate che detengono.

Non è una novità, l’ultimo buyback obbligazionario Unicredit lo iniziò a febbraio 2015 e lo terminò ad aprile, ma questa volta la finestra è più breve, solo un mese e la campagna di martellamento più in grande stile. Tanto che non si citano a giustificazione dell’operazioni ragioni tecniche come la bassa valutazione di mercato o la poca convenienza come veicolo di finanziamento, bensì, testuali parole di un testimone che ha ricevuto la telefonata dalla banca, «lo fanno per quelli che hanno paura ad avere questi titoli dopo quello che è successo ultimamente». Che cuore grande Ghizzoni, roba da libro di De Amicis trasposto nell’Italia trombata dal bail-in. Chissà, magari è davvero un’operazione di routine. E pensare che normalmente, ovvero in un mondo finanziario non drogato come questo, i buybacks di bond subordinati di solito erano il segnale prodromico a uno switch. Cosa vuole dire? Si ritiravano dal mercato bond subordinati - ovvero debito - in attesa di un cambio valutario e quindi di ri-emissione in una nuova moneta. Che qualcuno sappia qualcosa rispetto allo stato di salute dell’euro?

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