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Economia e Finanza

SPY BANCHE/ I "nemici" (italiani) della bad bank

La bad bank italiana sembra più vicina, in attesa del via libera Ue. Tuttavia per SERGIO LUCIANO sarebbe più importante un cambiamento nell'atteggiamento dei banchieri

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Ben venga, e anzi arrivi presto, la "bad bank" che dovrebbe salvare le banche italiane dai 200 miliardi di euro di sofferenze che le opprimono. Ma sarebbe importante che i banchieri imparassero dai loro errori. Che sono stati madornali e forse interessati, a giudicare dai dati sulle sofferenze come li ha riclassificati Unimpresa, associazione nazionale tra le piccole e medie imprese, in base alle tabelle della Banca d'Italia. 

Ebbene, i dati parlano chiaro. Più grande è il prestito, più le banche sbagliano nell'erogarlo. Ovvero: più soldi prende il debitore, meno ne rimborsa. Entrando nel dettaglio risulta che al 2,63% dei clienti - cioè 32.608 soggetti, sia imprese che famiglie - fa capo il 70,35% delle sofferenze bancarie, cioè 141,4 miliardi di euro. In particolare, 25,5 miliardi di sofferenze sono a carico di appena 579 soggetti. Sul restante 97% dei clienti, cioè oltre 1,2 milioni di soggetti, grava il 29% delle sofferenze: la gente che prende piccoli prestiti, quindi, è molto più scrupolosa nel restituirli. Viene in mente una perfida battuta di Eugenio Cefis, il mitico presidente della Montedison degli anni Sessanta: "Pochi debiti sono un problema del debitore", diceva lui, che di debiti s'intendeva, "molti debiti sono un problema del creditore".

Fin qui i dati, che dimostrano soltanto - come annota prudentemente il presidente di Unimpresa Paolo Longobardi - che "per anni gli istituti di credito hanno prestato denaro con criteri evidentemente sballati". Già: ma allora quali criteri hanno usato, e per quali ragioni? Qui si esce dall'ambito della statistica e dell'analisi numerica e si entra in quello della politica e della psicologia del potere. Se il tasso di insolvenza cresce in proporzione diretta con il crescere delle dimensioni del prestito, vuol dire che il potere contrattuale dei clienti verso i banchieri è stato sempre rapportato alla loro dimensione economica, e non alla loro capacità gestionale. Quindi la banca, nell'erogare il credito, ha guardato alla quantità e non alla qualità. Anche perché la prima è facile da misurare, mentre la seconda richiede competenze e capacità di analisi.

Ma diciamolo: non basta limitarsi a questa considerazione. La verità è che il cliente grande, che a conti fatti molto spesso ha tradito la fiducia della sua banca, è spesso un "maggiorente" del sistema in cui opera, è quindi correlato ai suoi meccanismi di potere, è un "colletto bianco" che seduce e blandisce l'interlocutore-banchiere, con cui ha rapporti diretti o indiretti di potere e co-interessi.

Lo scandalo dei "debitori di riferimento" è un fenomeno ricorrente nella storia italiana: si verifica quando un banchiere finanzia con manica larga soggetti economici immeritevoli e lo fa affinché costoro investano in tutto o in parte i denari ottenuti dalla banca nel capitale della banca stessa, diventando azionisti di riferimento e in questo ruolo garantendo al banchiere che li ha finanziati la preservazione dell'incarico, della poltrona.