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INCIUCI & MEDIA/ Il "patto segreto" Elkann-De Benedetti su Repubblica e La Stampa

Pubblicazione:mercoledì 27 gennaio 2016

John Elkann (Infophoto) John Elkann (Infophoto)

Uno scambio azionario minimo, poco più di uno incrocio di omaggi, ma destinato a lievitare in un'alleanza strategica: ecco il piano segreto che John Elkann e Carlo De Benedetti - gli editori di riferimento, rispettivamente, de La Stampa e del Secolo XIX il primo e del Gruppo Espresso-Repubblica il secondo - stanno valutando con i loro advisor per un futuro a medio termine. Inutile cercare conferme dalle fonti ufficiali, ed erroneo paventare eventuali smentite di rito: la verità è che le due aziende, agli occhi di molti analisti e soprattutto dei loro proprietari, sono come le due metà della stessa mela, destinate a un incastro perfetto. È solo questione di tempo, come già fu per l'acquisizione del Secolo, plurismentita quando era già da mesi e mesi progettata e poi è stata finalmente attuata. E in fondo è giusto o almeno inevitabile così. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire i perché delle fatali nozze.

La crisi della carta stampata in specie e dell'informazione a pagamento in genere è sotto gli occhi di tutti, in tutto il mondo. Ogni lettore "cartaceo" che passa a miglior vita è un lettore perso, senza rimpiazzo. E i ricavi di origine digitale non compensano. In molti altri Paesi, però, gli editori - più professionali e "puri" dei nostri - hanno messo in atto da tempo le contromisure che in Italia cominciano solo ora a vedere: per esempio, il pagamento dei siti web, che il Corriere meritoriamente inaugura in questi giorni, non imitato peraltro, al momento, da nessuno dei concorrenti. 

L'analisi generalmente condivisa è comunque che il rapporto tra ricavi da copie vendute, cartacee o digitali che siano, e pubblicità da una parte con, dall'altra, i costi di produzione non tornerà mai più ricco come una volta. La concentrazione tra le imprese, necessaria per mettere in comune e quindi abbattere i costi generali, appare quindi una strada segnata. 

Esattamente la strada seguita da Elkann, che - non ancora quarantenne - da un lato ha fortemente incentivato l'evoluzione digitale della Stampa, firmata peraltro proprio dal neodirettore di Repubblica Mario Calabresi, ma dall'altro lato ha dimostrato con i fatti di credere nel futuro dell'informazione di qualità, rilevando il 40% dell'Economist.

Viceversa, le voci di mercato ripetono da tempo che l'attenzione e l'interesse del gruppo Fca per la Rizzoli-Corriere della Sera - dove pure fino a un paio d'anni fa Elkann pareva interessato a crescere - si sia molto raffreddato. Per forza: l'estabilishment bancario e finanziario che controlla via Solferino chiaramente non gradiva una preponderanza che il gruppo ex-di-Torino riteneva forse di avere invece il diritto - più araldico che monetario in verità - di esercitare. L'uscita dalla scena Rcs dell'ex amministratore delegato Pietro Scott Jovane, molto stimato da Elkann che l'aveva fortemente sostenuto, è stata il suggello di questo distacco strategico che potrebbe concretizzarsi nell'astensione del gruppo Fca dalla sottoscrizione della sua quota di un eventuale futuro - possibile se non probabile - aumento di capitale dell'azienda.

Dal lato di Repubblica, invece, la situazione è semplice. Carlo De Benedetti, l'Ingegnere, è affezionatissimo all'unico gioiello del suo gruppo che segue personalmente. Ne ha scelto il direttore, ne ha festeggiato il quarantennale con un discorso accorato, ha scritto - evento inedito - un editoriale di benvenuto per Calabresi anche più lungo di quello del neo-direttore. Ama il giornale come se lo avesse fondato lui, circostanza peraltro vera dal suo punto di vista perché fu proprio lui tra i primi soci che Eugenio Scalfari - il fondatore vero - portò a bordo per finanziare la sua creatura: "È un cane sciolto", diceva dell'Ingegnere il direttore, "E in questo ci somiglia, non si apparenta con nessuno".


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