BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Così la Cina prepara "l'assalto" al dollaro

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Partiamo da principio, ovvero dalle criticità reali. In questi giorni si fa un gran parlare di sofferenze bancarie degli istituti di credito italiani e delle misure che il governo vorrebbe prendere per risolvere il problema, leggi bad bank, ma negli stessi momenti, a Davos, si discuteva del medesimo argomento su scala un pochino più grande. Ovvero, il fatto che il cosiddetto bad debt nel sistema bancario cinese sarebbe dalle quattro alle cinque volte più grande di quanto ammesso ufficialmente dalle autorità, ponendo un rischio di stabilità finanziaria enorme per Pechino. Il professor Ken Rogoff della Harvard University ha dichiarato al simposio svizzero che questo rappresenta l'ultima tessera del domino che deve cadere all'interno del processo di disvelamento della fine del super-ciclo di debito globale. Un disastro potenziale, visto che questo potrebbe svelare al mondo in cosa si sia realmente sostanziata l'economia cinese di almeno gli ultimi venti anni: un'enorme massa di mal-investment creata e fatta crescere dalla bolla del credito pari almeno a 26 triliardi di dollari. Così il professor Rogoff ha smontato il dato ufficiale di sofferenze all'1,5% del totale: «Quel numero è credibile quanto quello del Pil cinese». 

Insomma, anche per quanto riguarda Pechino sembra che il castello di carte stia traballando non poco. La percentuale reale, infatti, sarebbe tra il 6% e l'8%, un qualcosa che spalanca la strada al rischio di "cigno nero" se soltanto la politica monetaria delle autorità dovesse sbagliare una mossa nei prossimi mesi. E se anche le banche imbellettano i bilanci compiendo roll-over sulle sofferenze con il beneplacito dei cosiddetti regolatori, una volta che il mercato dovesse decidere di andare a vedere i bluff per Pechino la questione si farebbe davvero seria. 

Per Ray Dalio, investitore di lunga data e fondatore di Bridgewater, il rischio è che ancora oggi in Cina il credito cresce a un tasso molto maggiore dell'economia: l'efficienza del credito è talmente collassata che ci vogliono 4 yuan di nuovo debito per generarne 1 di crescita economica, quando soltanto dieci anni fa la ratio era di 1:1. Le riserve valutarie di Pechino sono scese di 700 miliardi di dollari a quota 3,3 triliardi a causa delle fughe di capitale che continuano a superare di volume gli inflows del surplus commerciale: un calo del genere, prendendo un pattern storico di correlazione, normalmente è seguito da una svalutazione della moneta di circa il 25%. 

Il problema è che se non è sempre facile per un governo mantenere il controllo sulla moneta, una svalutazione di quella entità si sostanzierebbe in un vero e proprio terremoto a livello globale, capace di trasmettere un'onda di deflazione verso un'economia mondiale che già oggi sta flirtando con la trappola deflazionaria. Solo in dicembre la Banca centrale cinese ha speso circa 140 miliardi di dollari per difendere lo yuan, sintomo che la gestione da peg con il dollaro a nuovo regime è stata a dir poco cattiva. 

C'è però un altro problema che va a innescarsi in un questa dinamica. Ovvero, il fatto che l'economia cinese stia rallentando. E parecchio. Ma quanto stimolo ci vorrebbe per riattivarla? 


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >