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SPY FINANZA/ Così la Cina prepara "l'assalto" al dollaro

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A dare una risposta ci ha provato l'analista più credibile di tutti quando si parla di Cina, ovvero Charlene Chu della Autonomous Research, a detta della quale nessuno si aspetterebbe una cifra simile: «Ampie iniezioni di credito sono possibili, ma per ottenere la stessa magnitudo che si ebbe con l'impulso al credito del 2009, oggi come oggi ne servirebbe una da 37,5 triliardi di yuan per il 2016». Tradotto in dollari, 5,7 triliardi! Questo numero astronomico è basato su calcoli interni della Autonomous Research relativi al cosiddetto Tsf (Total social financing), una metrica che il governo di Pechino ha sviluppato per tracciare come il denaro sta fluendo attraverso l'economia. 

Certo, un bazooka simile difficilmente potrà essere messo in campo, ma quanto fatto nell'ultimo anno e mezzo ha sortito qualche effetto nel rivitalizzare l'economia? Oggettivamente no, ma forse uno stimolo shock non è ciò che Pechino sta cercando, almeno non ora visto che i dati del Pil segnalano rallentamento ma non certamente stagnazione. 

Cosa sta cercando di fare Pechino nell'immediato? Due cose. La prima è sgonfiare ordinatamente la bolla azionaria e con il -6% di ieri il processo si sta avvicinando molto alla riuscita: con un calo di un altro 15% saremmo quasi a valutazioni sostenibili, ma già oggi, rispetto ai massimi deliranti del giugno 2015, si resta in bolla ma in condizioni umane. Se non accade qualcosa di imprevisto e di molto grave, possiamo dire che Pechino ha compiuto un mezzo miracolo. La seconda cosa è tipica del modo di ragionare cinese, ovvero pensare al domani e non all'oggi unicamente. La Cina sta infatti difendendo lo yuan per non farlo indebolire a differenza di quanto si pensi, visto che nelle condizioni attuali di mercato Pechino non ha bisogno di una valuta più debole per esportare, stante anche il dollaro forte e il dumping della sovra-produzione che innesca export di deflazione. Pechino ha mire maggiori, ovvero fare in modo che lo yuan - dopo essere stato incluso nel basker degli Sdr del Fondo monetario internazionale, le valute benchmark - ora vuole consolidare lo status di moneta forte e credibile per lo yuan per tentare l'assalto storico al dollaro come valuta di riferimento mondiale. Non è un caso che gli accordi petroliferi e commerciali con Russia, India, Iran, Arabia Saudita e molti Stati africani implichino l'utilizzo di yuan e non di dollari. 

Per ottenere questo ambizioso risultato la Cina sta "bruciando" riserve e attuando politiche in equilibrio fra il controllo dei capitali e il libero mercato per controbilanciare una evidente fuga dei capitali. Un buon indicatore di questa fuga è il differenziale fra Cnh e Cny, ovvero lo yuan della mainland e quello di Hong Kong, con quest'ultimo che può ancora fluttuare sul mercato e che si sta svalutando (anche se lentamente), mentre lo yuan cinese è fissato in maniera stabile. Riuscirà la Cina in questa missione che appariva impossibile solo dieci anni fa? Certamente i rischi sul cammino sono tanti, ma quantomeno c'è una strategia che sottende le mosse di Pechino, a differenza ad esempio di quelle di Washington che paiono orientate unicamente a salvaguardare il casinò a cielo aperto conosciuto come Wall Street. 

Attenzione a cosa accade in Cina, potrebbe davvero essere il prodromo di un nuovo equilibrio globale. 



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