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FINANZA & MERCATI/ La vera brutta notizia dietro l'addio di Greco a Generali

C'è un segnale molto preoccupante insito nella scelta di Mario Greco di abbandonare la guida di Generali per tornare a Zurich. Ce ne parla SERGIO LUCIANO

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Risultati economici inferiori - se non alle attese - agli auspici, anche suoi ma soprattutto degli azionisti; rapporti ruvidi con i medesimi, soprattutto Mediobanca; molti più soldi tra stipendio e stock-options, si parla di un raddoppio secco da 3,5 a 7 milioni annui; e l'intuizione - geniale - che il maggior vantaggio professionale per sé e aziendale per le Assicurazioni Generali Mario Greco l'aveva già incamerato in questi suoi primi tre anni a Trieste.

Già, perché sono passati solo due anni e mezzo da quell'agosto del 2012 in cui l'assicuratore più bravo d'Italia, e non solo, lasciò la ricca poltrona di numero due della Zurich per andare a gestire il Leone; e 30 mesi più tardi, Greco stacca il biglietto di ritorno nel colosso svizzero, ma stavolta sulla poltrona più importante, quella di "group Ceo", amministratore delegato del gruppo.

Più soldi, attriti con i soci, sensazione di aver già dato il meglio: sono queste dunque le ragioni -in un mix non facilmente distinguibile - che secondo gli addetti ai lavori hanno suggerito a Greco di dire precocemente addio alla carriera al vertice del secondo gruppo assicurativo europeo dopo Allianz. In sé, infatti, il passaggio da Generali a Zurich è laterale, per così dire, perché la Zurich è una bella azienda redditizia, ma è comunque un po' più piccola del gigante triestino. Ma certo, per Greco - un manager di estrazione McKinsey poco avvezzo alle liturgie del tardo capitalismo italiano - la linearità delle logiche gestionali di un'azienda che conosce molto bene dall'interno come Zurich è preferibile alle dinamiche più burocratiche che connotano da sempre Generali. E connotano soprattutto il suo azionariato, guidato ancora - nonostante gli input del regolatore che ne prescrivono da tempo l'autoriduzione - da una Mediobanca che è l'ombra di se stessa, rispetto agli anni in cui dettava legge sull'alta finanza non solo italiana, e costellato da due o tre soci forti come Caltagirone, Del Vecchio e De Agostini che lecitamente vogliono solo massimizzare il ritorno sul loro investimento e non rispondono al profilo ideale del socio di un'azienda che voglia crescere.

Ma insomma, non si deve pensare che Greco abbia dato forfait per non incrociare il ferro con i suoi azionisti: avesse voluto, li avrebbe ancora potuti infilzare con una sola stoccata, per la credibilità che gli riconoscono i mercati e i risultati conseguiti. Semplicemente, deve aver pensato che non ne valeva la pena: ed è questo, in fondo, l'unico segnale preoccupante che una vicenda personale come quella di un manager che sceglie un posto dove lo pagano il doppio lancia al sistema. L'Italia non è un mercato per giovani, o per innovatori, se è vero che perfino le Generali, unica blue-chip finanziaria di rilevanza continentale, sono potute apparire anche al loro risanatore come ormai "arrivate" al massimo di sviluppo possibile.

Se Greco le ha valutate così, chi farà meglio di lui? Chi sarà quel Marchionne della finanza che accetterà di rispondere a un comitato di soci guidato dal banchiere Alberto Nagel, esperto di un'unica azienda, dal costruttore Caltagirone e dall'immobiliarista Del Vecchio (grandi imprenditori, soprattutto il secondo, addirittura geniale, ma in conflitto d'interessi col Leone sugli investimenti nel mattone)?