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FINANZA E POLITICA/ Il piano per "salvare" l'Italia (e Renzi)

Pubblicazione:domenica 3 gennaio 2016

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Il presidente della Repubblica nel suo primo discorso di fine anno ha indicato nel lavoro la priorità per l’Italia del 2016. Tutti lo hanno riconosciuto e apprezzato, anche se pochi, ancora, ne hanno tratto le conseguenze politiche ed economiche. L’Italia ha cominciato una lenta e precaria ripresa, creando poco lavoro; non basta per soddisfare la domanda delle nuove generazioni, come ha detto il capo dello Stato, ma nemmeno a riassorbire i posti di lavoro distrutti da sette anni di recessione. È la stessa critica venuta dalla Banca centrale europea. Può darsi che Mattarella e Mario Draghi si siano fatti gli auguri con una telefonata, tuttavia il presidente della Repubblica e i suoi consiglieri sono abbastanza attenti per capire il messaggio che viene da Francoforte: noi stiamo facendo molto, ma non possiamo fare tutto da soli. Insomma, aiutati che la Bce ti aiuta.

Senza una sostenuta creazione di nuova occupazione la ripresa va derubricata a un rimbalzo quasi fisiologico dopo una così lunga depressione produttiva, effetto tecnico di una ricostituzione delle scorte. Dunque non è destinata a durare. Se è così, l’Italia con i suoi duemila miliardi e rotti di debito da piazzare sul mercato, che non si riduce in rapporto al prodotto lordo, vista la sostanziale stagnazione economica, può diventare uno dei colpi di coda che molti temono per il 2016. Non c’è bisogno di esercitare doti divinatorie, tanto meno di magia nera, per capirlo.

Il problema è ancor più complicato perché mette in discussione la principale riforma finora realizzata dal governo: il Jobs Act. È vero, i suoi effetti si vedranno meglio nei prossimi mesi, ma ormai ne sono trascorsi nove e in sostanza abbiamo visto un aumento dei posti di lavoro stabili accompagnata da una riduzione di quelli precari, fenomeno positivo in termini di sicurezza e di reddito, ma non si tratta di un vero allargamento del mercato. L’indice più importante non è tanto il tasso di disoccupazione, ma la quota di persone, donne, uomini, giovani, in età lavorativa, impiegate in un modo o nell’altro. Questa percentuale è storicamente bassa in Italia, la crisi l’ha ridotta e non si vede nessuna svolta verso l’alto.

Dunque il Jobs Act ha fallito? Allora la flessibilità del mercato, l’abolizione dell’articolo 18, la maggiore libertà di assumere e licenziare, la revisione di tutti i fattori che bloccavano in mercato dal lato dell’offerta, non è servita? Aveva ragione la sinistra sindacale, bisogna dare a Landini un riconoscimento accademico non solo politico? È un punto di grande portata politica. Se è così, il percorso riformista di Matteo Renzi s’interrompe nella tappa di maggiore importanza, anche sul piano internazionale.

Chi crede nelle politiche dell’offerta come solo strumento per sbloccare l’Italia, spezzando i lacci e laccioli che la paralizzano, sostiene che le cose non stanno così. Naturalmente, occorre fare un tagliando anche al Jobs Act, occorre valutare che cosa sta funzionando anche cosa no. Ma anche i supply-siders più incalliti a questo punto debbono convincersi che ci vuole anche un sostegno della domanda interna.


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