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BANCHE E POLITICA/ Bad bank, il "falso mito" che illude l'Italia

Le banche italiane soffrono in Borsa per colpa dei crediti in sofferenza. Ma anche se se ne liberassero con la bad bank, spiega GIANLUIGI LONGHI, la crisi non passerebbe

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Anche in questa settimana la borsa valori è stata altalenante, comunque negativa per gli istituti di credito italiani: le flessioni dei corsi azionari testimoniano nervosismo e una rarefazione della fiducia sul sistema Italia e sulle sue banche. La colpa è dei crediti deteriorati, che affossano i bilanci delle banche e impediscono l’erogazione del credito, questo il mantra ricorrente. Anche la definizione con Bruxelles martedì sera, delle linee generali per creazione di una bad bank per liberare le banche dal fardello dei crediti non ha rasserenato l’orizzonte. L’Italia non convince, e qui, emerge il secondo mantra: l’Europa impone regole troppo stringenti. Anzi, da quando il nostro Presidente del Consiglio è uscito dal ruolo di scolaro diligente e remissivo e ha chiesto il diritto di parola è iniziata una continua e sistemica chiusura da parte degli euro-burocrati, quasi tutti nordici, conoscitori dei regolamenti e dei cavilli giuridici, pronti ad applicarli contro l’Italia.

E così sono suonate le trombe: non riusciamo a gestire l’immigrazione, il debito pubblico è fuori dai parametri, la crescita è dello zero virgola, la flessibilità non è concessa, non sono stati fatti i tagli alla spesa pubblica e, infine, il sistema bancario fa acqua. Insomma, va tutto male in Italia e gli alunni devono tornare a fare gli alunni e non i professori. Ci dobbiamo chiedere se la verità sia effettivamente quella rappresentata o se invece vi sia un anche una realtà non chiaramente percepita. Analizziamo, ad esempio, l’argomento bad bank e i crediti deteriorati presenti nei bilanci delle banche italiane.

Ora, la voce contabile crediti verso clienti è una componente dell’attivo bancario; a fronte di questo attivo - remunerato con un tasso di interesse commisurato al rischio implicito del cliente - qualora il credito diventi deteriorato, cioè emergano delle difficoltà alla sua restituzione da parte del cliente, la banca provvede ad accantonare al passivo, al fondo rischi, una somma in percentuale del credito, al fine di adeguare il suo valore al presunto realizzo. Il rischio ha due componenti: una è endogena, l’incapacità dell’imprenditore o la sua inadeguatezza a ricoprire il ruolo, e una esogena, che riflette la congiuntura internazionale o eventi esterni, che colpiscono l’intera economia o il settore di appartenenza dell’impresa e ne condizionano negativamente la sua economicità e la sua stessa sopravvivenza.

Un dato deve essere evidenziato. Il settore merceologico con la più alta concentrazione di sofferenze è il comparto costruzioni-real estate e tutta la filiera delle imprese fornitrici, ad esempio infissi e serramenti, impiantistica elettrica, idraulica, termo-sanitaria, piastrelle, marmo, ecc. Seguono altri settori, distribuzione no-food, elettrodomestici, arredo casa, cucine componibili, con una correlazione diretta con il settore costruzioni.

Certo lo shake-out competitivo è stato profondo in ogni settore della nostra piccola e media industria: alcune aziende si sono rafforzate e sono diventate leader di nicchia, ma molte hanno chiuso o sono state assorbite dai competitors, molte volte stranieri, che hanno preso quote di mercato, chiudendo poi gli stabilimenti e licenziando le maestranze. Queste imprese non sono riuscite a ristrutturarsi, lo shock della crisi è stato improvviso e ha evidenziato un male già presente nel nostro sistema industriale: con l’entrata nell’euro della lira a un cambio certamente non favorevole e sopravalutato, abbiamo perso competitività. Se da un lato ci siamo illusi di avere più ricchezza, dall’altro non abbiamo intuito fin da subito che abbiamo condannato la nostra industria ad avere costi di produzione non più competitivi rispetto ai nostri partener europei, in particolare la Germania, determinando un lento ma inesorabile crollo delle quote di mercato della nostra industria, sia nel mercato domestico che in quello internazionale. Si è anche affermato con miopia, che conveniva delocalizzare e chiudere stabilimenti, alimentando quel circolo vizioso di disoccupazione, caduta dei consumi, fallimenti ed emersione di crediti deteriorati. Eccoci quindi ai giorni nostri.


COMMENTI
02/02/2016 - I giovani non hanno altro tempo da perdere! (Silvano Rucci)

L'Italia si è incartata come un baco da seta. Era inevitabile non avendo curato lo sviluppo dell'Economia. Dagli anni 1962/63, dopo la scomparsa del grande italiano appassionato del lavoro, l'Ingegnere Enrico Mattei, è iniziato un declino economico fino alla miseria dei nostri giorni! Evidentemente occorre aiutare i grandi appassionati del lavoro come lui. Poi creare le condizioni affinché questi possano realizzarsi, togliendo la miriade di paletti che impediscono lo sviluppo e l'innovazione. Altra grave carenza è il fardello delle tasse che gravano su ogni attività esistente, con pesanti percentuali di prelievi che sono autentiche palle al piede da trascinare. La necessità impellente è dare la massima attenzione allo sviluppo economico da parte del potere politico! Mettendo l'economia al primo posto ogni giorno si potrà recuperare il tempo perduto, mentre i giovani che necessitano di un lavoro non hanno tempo da perdere! Le Banche dovrebbero essere più responsabili del proprio operato e non attendere di salvarsi dai fallimenti con i denari dei correntisti! Come mai i fallimenti dei correntisti non vengono salvati dalle banche?