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SPY FINANZA/ Banche e Renzi, così l'Italia può tornare a tremare

Banche e titoli di stato sono molto legati in Italia. Specie, dice MAURO BOTTARELLI, se Renzi venisse scaricato e tornasse una situazione come quella del 2011

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Oggi è una di quelle giornate in cui potrei tranquillamente mettermi a fare copia-incolla delle principali notizie economiche e di politica internazionale e limitarmi a dirvi che ve lo avevo detto con ampio anticipo. Non è nel mio stile, però. Quindi eviterò di dedicare tempo e spazio al crollo della Borsa di Shanghai con relativa sospensione delle contrattazioni e contagio alle piazze europee e mi limiterò a farvi vedere il grafico a fondo pagina, il quale ci mostra plasticamente ciò che vi dico da mesi: ovvero, che la Cina una crescita al 7% la vede con il binocolo, visto che l'ultimo dato PMI manifatturiero, quello relativo a dicembre e pubblicato ieri, parla la lingua di un 48.2 dal 48.6 di novembre e dal 49.6 di un anno fa e contro le attese del 48.9 del consensus

Insomma, a voler essere realisti, la Cina cresce attorno al 4%, certamente un dato lunare per chi come l'Europa è abituato a dati anemici dello zero virgola, ma troppo poco per il carico di debito su cui siede Pechino, visto che nel secondo trimestre del 2015 la ratio debito totale/Pil del Dragone era al 282% e lo stock debitorio corporate schiacciava i margini di profitto delle aziende che erano costrette a emettere nuovo debito a ogni costo per pagare gli interessi su quello già esistente. Ma voi questo la sapevate già. Come sapevate che lo snodo reale della crisi mediorientale era l'Iran e la disperata volontà di Arabia Saudita e Israele di far saltare l'accordo sul programma nucleare siglato a luglio. 

Detto fatto, Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno rotto le relazioni diplomatiche con Teheran dopo l'assalto all'ambasciata saudita a seguito dell'esecuzione del capo religioso degli sciiti compiuta il primo giorno dell'anno nuovo dai boia di Ryad. Ormai la tensione è alle stelle e, visto che Arabia e Iran sono già in guerra, seppur per procura in Yemen, attendiamoci qualche colpo di scena dal quel fronte, magari la scoperta di qualche atrocità o l'uso di armi non convenzionali o magari una bella false flag in piena regola per far finire Teheran nel mirino del mondo, Onu in testa (dove l'Arabia Saudita, giova ricordarlo, è a capo del Comitato per i diritti umani). Gli Usa hanno già scelto, visto che il patetico richiamo a non aumentare le tensioni è suonato come un buffetto benevolo nei confronti dell'alleato (e secondo acquirente di armamenti) saudita: se sarà escalation, però bisognerà vedere la reazione di Iraq, ma soprattutto Russia e Cina, alleati strategici anche a livello commerciale con Teheran. Gli ingredienti per scoperchiare il vaso di Pandora del caos totale ci sono tutti. Ma voi lo sapevate già. 

Forse, invece, non sapete che dal 1 gennaio (mentre in alcuni casi, dal 1 febbraio) la Bce terrà sotto vigilanza diretta 129 istituti bancari, tra cui un nutrito drappello di banche italiane. In totale sono 15, tra cui Banca Carige (tanti auguri), Monte dei Paschi (ancora più auguri), Banco Popolare, Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare di Sondrio, Banca Popolare di Vicenza (una prece), Barclays Italia, Credito Emiliano, Iccrea Holding, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Unicredit, Unione di Banche Italiane e Veneto Banca. E, a parte i condizionamenti sull'Italia per quanto riguarda il salvataggio dei 4 istituti creditizi in difficoltà, la Bce starebbe anche accentuando il pressing sui dividendi, nell'ottica di puntellare il più possibile i livelli di capitale delle banche. Tanto che l'altro giorno, stando a fonti di stampa, l'Istituto centrale avrebbe inviato alle banche europee sottoposte alla Vigilanza unica, comprese quelle italiane, una lettera, firmata personalmente dal presidente, Mario Draghi, con la quale punta il dito sulla distribuzione dei dividendi, invitando tutte a considerare l'evoluzione attesa del capitale nel momento in cui saranno decise le cedole.