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SPY FINANZA/ La nuova "toppata" della Bce

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Ogni anno un rinvio, ma ogni anno la medesima ricetta: perseverare non è forse diabolico? A fronte di ripresa economica a dir poco anemica, declino demografico e prezzi dell'energia in crollo, come si può pensare di stimolare l'inflazione soltanto attraverso politiche di tassi a zero e acquisti obbligazionari? La lezione giapponese, il più clamoroso fallimento keynesiano della storia, non sta insegnando nulla a Draghi e soci? Certo, alla Bce continuano a parlare di maggiore stimolo se necessario, ma porre l'aumento dei prezzi come obiettivo in un ambiente globale di non inflazione quando non addirittura di deflazione, è un gioco a somma zero, che però porta con sé sempre una sconfitta sul medio termine. La questione è che come tutte le Banche centrali, la Bce scambia la coerenza verso le proprie scelte con l'ortodossia nell'errore e ritiene che cambiare strategia in corsa possa minare la sua credibilità nei confronti dei mercati: ci vorrebbe un bagno di umiltà per ammettere che quella presunta credibilità è invece già oggi solo residuale e quindi occorrerebbe invertire la rotta. Con prezzi del petrolio a questi livelli, il focus deve per forza essere indirizzato verso l'inflazione core, ma questo comporta anche il rischio di scostamenti non annunciati nella funzione di reazione dei prezzi energetici sulle dinamiche. 

E proprio ieri abbiamo avuto la riprova che le misure di stimolo diretto della Bce ormai sono armi spuntate, visto che l'Eurotower ha assegnato liquidità per 70,6 miliardi al sistema bancario dell'area dell'euro nel corso dell'asta settimanale di rifinanziamento a 7 giorni con volume illimitato e al tasso fisso dello 0,05%. Come annunciato dalla Bce, il volume in richiesta è stato in calo di 18,4 miliardi rispetto agli 89 miliardi erogati la settimana scorsa e all'asta, che sarà regolata il 6 gennaio con scadenza il 13 gennaio, hanno partecipato 110 banche dell'Eurozona contro 149 la scorsa ottava. Insomma, un brodino da arbitraggio. 

A livello europeo l'inflazione a dicembre si è attestata allo 0,4%, in aumento dallo 0,2% di novembre, stando alle stime di Bloomberg e questo in un contesto dove l'attività manifatturiera è ai massimi da 20 mesi e con i nuovi ordinativi che garantiscono propellente alla produzione. Il problema più grande e la sfida maggiore per la Bce è stato però il dato inflattivo tedesco, reso noto lunedì e fuori dal target del consensus, visto che a dicembre è rallentato allo 0,2% dallo 0,3% di novembre e contro le attese dell'Ufficio di statistica dello 0,4%. E se la principale economia dell'Unione ha dinamiche dei prezzi di questo genere, c'è poco da sperare a livello di ripresa generale: questo anche perché ancora il 3 dicembre la Bce prevedeva l'inflazione media per il 2016 nell'area euro all'1%, mentre molte banche come Nomura o Barclays già dimezzavano quella stima allo 0,5% medio per l'anno in corso. 

Ora la prossima previsione ufficiale dell'Eurotower è prevista per marzo, ma è ovvio che, in base al principio di credibilità di cui vi parlavo prima, non ci saranno revisioni al ribasso drastiche, a meno che Draghi non sfidi apertamente la Bundesbank e non ampli il programma di Qe anche a misure non ortodosse, come l'acquisto di Etf. Il grafico a fondo pagina ci mostra la dinamica inflattiva del 2015 e come il prezzo del petrolio abbia influito. Non è un caso che nel suo discorso del 12 novembre scorso, lo stesso Mario Draghi abbia fatto esplicito riferimento all'inflazione core come parte dell'argomento giustificativo del primo aumento del Qe, quello annunciato attraverso l'acquisto di muni-bond, il quale dovrebbe portare ad acquisti di assets per ulteriori 360 miliardi di euro, di fatto la somma che la Fed drenerà dai mercati attraverso i primi aumenti dei tassi di interesse. 

 


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