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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La nuova "toppata" della Bce

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

Detto questo, è l'ortodossia un po' miope dei regolatori a giocare anche un impatto psicologico sulle dinamiche, visto che quando si accenna minimamente a una ridefinizone del concetto di stabilità dei prezzi rispetto a quella in vigore dal 2003, immediatamente si alzano barricate come quelle elevate dal membro del board della Bce, Yves Mersch, a detta del quale questo è un dibattito che verrà affrontato più avanti: «Non si tengono discussioni di questo tipo durante una crisi ma definitivamente dopo, la definizione di stabilità dei prezzi non può essere vista come un bersaglio mobile». Ecco il peccato originale della Bce e della sua azione: assenza totale di elasticità e rapidità nell'intervento, dovendo mettere insieme varie Banche centrali con interessi contrastanti come la Bundesbank e quelle della cosiddetta "periferia" e l'incapacità di ammettere i propri errori in sede operativa, ma solo attraverso interventi spot come quello di Mersch, il quale ammette che siamo in crisi, ma lo ha negato fino all'altro giorno, parlando di ripresa. 

L'inflazione core rimane fissa allo 0,9% contro l'attesa di una crescita all'1% e tra oggi e domani arriveranno altri indicatori macro molto importanti, tra cui il PMI di Markit, la lettura di Eurostat sulla disoccupazione e il report sulla fiducia economica della Commissione europea: chissà che dopo una messe di delusione simile a inizio anno, qualcuno cominci seriamente a porsi delle domande. 

Ma se a livello di Bce siamo all'immobilismo, altrove e a livello accademico il dibattito è quantomai fiorente: ci sono pesi massimi come l'ex presidente della Bundesbank, Axel Weber, e il capo economista della Bank of England, Andy Haldane, che spingono per un serio ripensamento rispetto alla politica di obiettivo sui prezzi, mentre altre banche centrali nel mondo stanno continuando a tagliare i tassi come la Reserve Bank of New Zealand, la quale è intervenuta ancora in dicembre. C'è poi l'esperimento estremo della Riksbank svedese, la quale è pronta ad andare ulteriormente in negativo per eliminare in un colpo solo deflazione e bolla immobiliare, non capendo che quella della guerra valutaria è un'arma doppiamente infida. Da un lato perché stimola quella bolle che ora si vogliono combattere e dall'altro perché si configura come un circolo vizioso dal quale non si esce, perché per sopravvivere a ogni taglio di un vicino deve seguirne uno tuo e così all'infinito. 

Hanno voluto mettersi nelle mani dello stimolo keynesiano? Ecco i risultati, stampare moneta non serve a nulla se non a creare bolle e nuovo debito, ma ormai ci siamo dentro, a livello globale: è un enorme schema di svalutazione monetaria che vede tutti in campo, dalla Cina al Brasile alla Svizzera e o si resetta l'intera rete - cosa impossibile - od occorre essere flessibili nelle ricette per cercare di creare meno danno possibile. Ma come andrà a finire quasi certamente ce lo dice Alexander Koch, economista alla Raiffeisen Schweiz di Zurigo, a detta del quale la Bce quasi sicuramente preferirà stampare ancora per cercare di raggiungere il suo target inflattivo, piuttosto che ammettere che questo risultato non è più realistico: «È più pericoloso se aggiusti i target nel breve termine. La credibilità di una Banca centrale dipende dai suoi obiettivi e ci vuole molto tempo per raggiungerli». 

Vero, ma ce lo abbiamo tutto questo tempo? Se la Cina va in crisi strutturale, quanto tempo rimarrà prima che la deflazione che Pechino esporterà in massa in tutto il mondo ci seppelisca in una lost decade di stampo giapponese? Speriamo che qualcuno alla Bce si stia ponendo queste domande. 

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