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FINANZA/ La "cassaforte" che blocca l'Europa

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È sempre dell’altro giorno un’interessantissima ricerca di Pimco, il numero uno mondiale nella gestione del reddito fisso, che scrive, per la firma dell’analista Nicola Mai, che anche l’incognita del referendum a ben guardare, non dovrebbe paralizzarci così. “In caso di vittoria del Sì”, scrive l’acuto economista di Picmo, “l’esito positivo sui mercati sarebbe netto. L’Italia adotterebbe un sistema elettorale che assicura un chiaro vincitore e Renzi resterebbe verosimilmente in carica sino alla fine della legislatura, nel 2018. A quel punto vi sarebbe una gara serrata tra lui e l’euroscettico Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo. Ma in caso di vittoria del No, anche se Renzi si dimettesse, difficilmente ci sarebbero nuove elezioni, il Senato manterrebbe il proprio potere legislativo e sarebbe eletto con un sistema puramente proporzionale, che quasi certamente produrrebbe un parlamento privo di una chiara maggioranza. Per questa ragione, il Presidente della Repubblica spingerebbe plausibilmente per la formazione di un governo di transizione - capeggiato da Renzi stesso o da un’altra figura politica o tecnica - incaricato di varare una nuova legge elettorale prima della convocazione di nuove elezioni. Questo scenario avrebbe per l’Italia tutte le caratteristiche di uno sviluppo classico in vecchio stile; inoltre, renderebbe meno probabile una vittoria del partito di Beppe Grillo alle prossime elezioni”. Quindi, nessun problema particolare.

E allora perché risparmiare con tanta pervicacia? Perché sotterrare i nostri talenti, anziché tentare di farli fruttare? Una risposta diversa da quella suggerita dalla neuroeconomia non c’è: si chiama paura del domani.



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