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SPILLO/ Quel difficile tramonto del credito popolare e cooperativo

La faticosa fusione Banco-Bpm non cancella le incertezze sulle post-Popolari mentre il Credito cooperativo affronta una drammatica spaccatura. Il commento di NICOLA BERTI

Lorenzo Bini Smaghi (LaPresse) Lorenzo Bini Smaghi (LaPresse)

Ieri l'assemblea di Ubi Banca, già trasformata in Spa e ora anche "banca unica". Oggi il probabile via libera dei soci di Banco Popolare (certo) e Banca Popolare di Milano (un po' meno) alla fusione: per dar vita alla "SuperPopolare Italiana" che però non sarà più una Popolare ma un'altra grande Spa quotata come Intesa Sanpaolo e UniCredit. Attorno, intanto, il Credito cooperativo si spacca: la Cassa centrale di Trento, dopo vari stop-and-go, ha deciso di aprire il cantiere di un secondo gruppo autonomo rispetto a quello promosso dalla centrale nazionale Federcasse. 

Non è una sorpresa: la riforma delle Popolari era stata varata dal governo con un blitz nel gennaio 2015, quella delle Bcc un anno dopo, con un percorso più lungo e travagliato. La fusione Banco-Bpm, non solo sulla carta, appare una "buona storia": un'eredità sostanziale da parte del credito popolare, "famiglia" importante della genealogia bancaria nazionale. Certo, negli ultimi 18 mesi i dissesti di Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Banca Etruria hanno raccontato anche la drammatica decadenza di altri rami della famiglia. Ma nella "finis" di una saga ultra centenaria si scorgono tutte le ferite — anche quelle nascoste — di un intero settore bancario che dopo il 2011 è semi-affondato assieme al sistema-paese: un po' per debolezze proprie, un po' per la fragilità di un sistema istituzionale incapace di difendere (per non dire di peggio) un asset importante dell'azienda-Italia.

L'implosione del Credito cooperativo è invece una "cattiva storia" a tutto tondo: tanto più "cattiva" e opaca quanto più mal cela la rottamazione più sommaria da parte della Renzinomics. Un mondo pregiudizialmente ostile a ogni corpo intermedio della società economica che non sia il suo proverbiale "cerchio magico": quindi l'utilizzo di un pugno di Bcc toscane come grimaldello di una riforma fintamente rispettosa della storica unitarietà del movimento delle casse rurali; e il ricorso a un tecnocrate-finanziere internazionale come Lorenzo Bini Smaghi (presidente della Banca del Chianti ma anche del consiglio di sorveglianza del colosso francese SocGen) per forzare la rottura è — avrebbero esultato vecchi leader Pci — "avere una banca" (prevedibilmente non l'unica"). Il problema della "scissione trentina" del Credito cooperativo non è solo tecnico: due gruppi di Bcc in concorrenza interna saranno meno forti di quanto sarebbe stato il Gruppo Nazionale progettato dalla Federcasse di Alessandro Azzi. Il problema è politico-sociale: il patrimonio collettivo accumulato della cooperazione verrà drasticamente disperso. Anche per il polo Trentino e i suoi prevedibili "grandi fratelli" esteri che già si scaldano i muscoli oltre i confini.

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