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LEGGE DI STABILITÀ 2017/ Una manovra che ci riporta al 1992

Pubblicazione:lunedì 17 ottobre 2016

Pier Carlo Padoan (LaPresse) Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Questi aspetti, strettamente di collocazione e colorazione politica, sarebbero molto rilevanti, se non ce ne fosse uno, sottostante, molto più importante: riusciranno i nostri eroi a mantenere il rapporto tra indebitamento netto della Pubblica amministrazione e Pil entro il 2,1-2,3% e a pilotare una riduzione del debito pubblico?

Ho serie perplessità al riguardo. In primo luogo, non è mai stata resa pubblica (alla faccia della trasparenza!) la modellistica econometrica in base alla quale nei prossimi mesi la crescita italiana si rafforzerebbe. Il Governo italiano stima che il tasso di crescita del Pil aumenterà dallo 0,8% circa nel 2016 all’1% nel 2017. Secondo i dati diramati l’8 ottobre dal gruppo del consensus (i 20 maggiori istituti econometrici mondiali, tutti privati, nessuno italiano), si prevede un rallentamento della crescita mondiale e uno scivolamento di quella dell’eurozona dall’1,5% nel 2016 all’1,2% nel 2017. È difficile individuare quali sono le determinanti che farebbero divergere le tendenze italiane da quelle internazionali ed europee. Se non vengono prese misure rigorose di consolidamento della spesa pubblica, a fine 2017 l’indebitamento netto della Pubblica amministrazione potrebbe superare in misura significativa il 3% del Pil e comportare l’apertura di una “procedura d’infrazione” da parte delle autorità europee.

Il rinvio di anno in anno dell’equilibrio strutturale di bilancio considerato, a torto o a ragione, uno dei pilastri dell’intera costruzione europea, induce a ritenere che il Governo non crede alle sue stesse cifre. In base alla legge costituzionale rinforzata approvata dal Parlamento italiano, il pareggio si sarebbe dovuto raggiungere nel 2014. Ora si parla di rinvio al 2017-18 e un ulteriore disavanzo nell’esercizio del 2017 non può non fare ritardare questo obiettivo e aumentare un debito pubblico italiano che già è causa di forti timori. Come dimostrato dall’aumento dello spread sui titoli di stato italiano, che supera quello sui Bonos spagnoli.

In particolare, se aumentano i tassi a livello internazionale (come sembra probabile), in Italia il rapporto tra stock di debito e Pil potrebbe sfiorare il 137%. Ciò potrebbe indurre i fondi stranieri, che detengono circa la metà dei titoli di debito italiani, a vendere, causando ulteriori incremento dello spread, mettendo in atto una vera e propria spirale.

Non sono i risultati del referendum, ma l’evoluzione delle finanza e del debito pubblico a mettere in serie difficoltà chiunque sarà al Governo la primavera prossima, quando i nodi verranno al pettine. C’è il rischio di un ripetersi della crisi del 1992. Colleghi che lavorano a palazzo Chigi non mi considerano più un gufo, ma una Cassandra. Omero e Virgilio ci dicono che la figlia di Priamo tutti i torti non li aveva.



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