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LEGGE DI STABILITÀ 2017/ Una manovra che ci riporta al 1992

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Pier Carlo Padoan (LaPresse)  Pier Carlo Padoan (LaPresse)

LEGGE DI STABILITÀ 2017 Della Legge di bilancio si conoscono solamente le grandi linee, quali presentate in slides su Facebook e sintetizzate nei comunicati della Presidenza del Consiglio, arricchiti da indiscrezioni e interpretazioni apparse sugli organi d’informazione. Mi auguro che quest’anno non verrà ripetuta l’imbarazzante situazione dell’ottobre 2016, quando le autorità comunitarie a Bruxelles ricevettero per fax unicamente la copertina e alcune pagine del testo e solo dopo più di una settimana venne reso disponibile quando inviato al Parlamento. Allora, non si seppe (in effetti non si seppe mai) quanto era stato deliberato dal Consiglio dei ministri e quanto era il frutto dei solerti uffici legislativi di palazzo Chigi guidati dall’ex-Capo dei Vigili urbani di Firenze (ora in procinto di diventare Consigliere di Stato). Tuttavia la manovra sembra “ballerina”, per via anche di una clausola “salvo intese”: il che vuol dire che la Presidenza del Consiglio, d’intesa con i singoli ministeri, potrà fare altri cambiamenti entro il 20 ottobre, data dell’ invio del testo alla Commissione europea.

Dalle “grandi linee” si trae l’impressione che il “nuovo che avanza” (e che spera di restare un ventennio nella “stanza dei bottoni”) non è molto differente dalla Prima Repubblica, quella per intendersi anteriore al 1992. È l’indicazione che si ricava sia dall’entità della manovra (27 miliardi di euro - ma un anno fa non era stato annunciato che non ci sarebbe più state né manovre, né leggi finanziarie perché ormai la finanza pubblica era sul retto binario e con un pilota quasi automatico?), sia dalla struttura di un disegno di legge caratterizzato da due aspetti: a) il gettito aumenta non perché aumentano produzione, occupazione e reddito, ma grazie a una serie di condoni (dalla voluntary disclosure e via discorrendo); b) la spesa viene contenuta specialmente sui servizi sociali. Inoltre, un Governo che si propone di rendere più efficiente la Pubblica amministrazione e di ridurre il perimetro dell’intervento pubblico annuncia un aumento di 10.000 unità nell’organico del pubblico impiego e un forte aumento degli “incentivi” (leggi sussidi) alle imprese, mirati segnatamente a ricerca, sviluppo e innovazione. Solo pochi mesi dopo che, distintamente, sia il “rapporto Giavazzi”, sia la spending review guidata da Cottarelli ne avevano consigliato una drastica riduzione.

Se esistessero ancora le vecchie categorie politiche del secolo scorso, si potrebbe dire che è una Legge di bilancio di destra, molto attenta a privilegiare alcuni settori imprenditoriali e finanziari. Ciò è perfettamente coerente con l’apertura a destra che in vista del referendum sta effettuando il Presidente del Consiglio alla conquista di voti in libertà che tradizionalmente andavano verso Forza Italia e Alleanza Nazionale. Ciò è, però, poco in linea con quelli che dovrebbero essere gli obiettivi che si dichiarano di centrosinistra e che includono tra i suoi sostenitori in Parlamento e nel Paese deputati, senatori e soprattutto elettori che hanno sinceramente militato nel Pci e nelle varie denominazioni e sigle che il Partito ha assunto dopo il crollo del Muro di Berlino.


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