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SPY FINANZA/ Il "pasticcio" di Draghi lascia a secco le pmi italiane

Pubblicazione:lunedì 17 ottobre 2016

Mario Draghi (LaPresse) Mario Draghi (LaPresse)

Il coordinatore del centro studi, Paolo Zabeo, fa il punto con molta chiarezza: «L’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi dell’euro ha contribuito a garantire una certa stabilità finanziaria, ma è evidente come questa grossa iniezione di liquidità non stia raggiungendo i risultati sperati, tant’è che l’inflazione è ferma, i prestiti alle imprese sono in costante calo e la crescita economica non trova lo slancio che servirebbe, creando preoccupazione negli operatori e riducendo la fiducia delle imprese». E ancora: «Una quota rilevante di questi 176 miliardi di euro è finita agli investitori istituzionali ovvero alle banche che, però, hanno preferito trattenerseli, aumentando così il livello di patrimonializzazione come richiesto dalla Bce, anziché impiegarli nell’economia reale. Ad esempio, Lazio e Veneto hanno subito una caduta verticale dei prestiti alle imprese, rispettivamente di 6,8 e di 6,4 miliardi di euro nell’ultimo anno. Se per il Lazio la causa di questa flessione va probabilmente ricercata nella specificità di questa regione, molte grandi imprese e gruppi societari hanno la sede legale a Roma, in Veneto, invece, la contrazione è in parte riconducibile alla difficile situazione in cui stanno vivendo i due principali istituti di credito regionali: Veneto Banca e la Popolare di Vicenza. È presumibile - conclude Zabeo - che le gravi vicende societarie che si sono abbattute su questi due istituti nell’ultimo anno abbiano scoraggiato molti imprenditori a rivolgersi alle banche. Il Veneto, infatti, è stata una delle poche regioni che nel 2015 ha registrato una variazione negativa della domanda di credito e questo potrebbe avere enfatizzato la riduzione dei prestiti bancari alle aziende del nostro territorio».

Non meno duro il giudizio del segretario della Cgia, Renato Mason, a detta del quale «in un Paese come il nostro, dove l’economia è trainata prevalentemente dalle piccole e medie imprese tradizionalmente sottocapitalizzate e a corto di liquidità, il ruolo delle banche rimane centrale per rilanciare la crescita e lo sviluppo. E se nonostante la grossa immissione di liquidità apportata dalla Bce gli impieghi verso le società finanziarie e le famiglie produttrici sono in calo, vuole dire che c’è qualcosa che non va». Cosa, ad esempio? «Al netto delle responsabilità emerse in molti casi che sono balzati alla cronaca in quest’ultimi tempi, le innumerevoli riforme che sono piovute in questi ultimi anni sugli istituti di credito hanno ingessato il sistema. Con il risultato che la deflazione si è manifestata senza sosta tra febbraio e agosto, i consumi delle famiglie si collocano su livelli molto bassi e, più in generale, la ripresa rimane ancora troppo fragile».

Ma a certificare ancora meglio il “capolavoro” del nostro prossimo premier, leggi Mario Draghi, ecco che Eurostat rende noto come due anni di tassi di interessi negativi abbiano portato al risultato esattamente contrario a quello sperato. Andare in negativo coi tassi, infatti, doveva stimolare le spese dei cittadini e i prestiti delle banche, visto che non è conveniente mantenere il denaro parcheggiato nei conti correnti o all’overnight della Bce, ma il primo grafico a fondo pagina ci mostra invece come il tasso di risparmio nell’eurozona sia salito nel secondo trimestre di quest’anno al 12,8%, appena un 0,2% dal record toccato nel terzo trimestre del 2011.

Certo, siamo lontani dal picco assoluto toccato nel quarto trimestre dell’annus horribilis 2008, quando si raggiunse il 14,7%, ma state certi che continuando su questa strada, la Bce riuscirà certamente a spaventare ancora di più cittadini, aziende e istituti di credito. Tanto più che le recenti impennate delle richieste di oro fisico registrate in Germania, ci fanno capire che prima di riconquistare la fiducia dei cittadini europei, l’Eurotower dovrà faticare. E non poco. Ma non basta, perché il secondo grafico ci mostra come il mercato azionario abbia già prezzato un’altra ondata di Qe, quindi la Bce si trova nella condizione di non poter variare - se non pesantemente al rialzo - il volume dei suoi acquisti e dell’intervento sul mercato: per non far crollare tutto, dovrà presto seguire l’esempio della Bank of Japan e acquistare titoli, magari prima attraverso Etf.

 


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