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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La nuova "minaccia" targata Cina

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Certo, con 17,7 milioni di unità, il dato Usa è indubbiamente solido, il problema è che non più tardi di un mese fa il dato del credito al consumo per acquisti di automobili - di fatto, debito che i cittadini si caricano sulle spalle - ha superato 1 triliardo di dollari, facendo emergere sempre maggiori preoccupazioni riguardo la qualità degli assets. Per adesso, i tassi di non pagamento di quei debiti sono ancora bassi, ma visto che negli ultimi quattro anni i prestiti per acquisti di auto a cittadini con rating di credito basso, se non subprime, sono saliti del 35%, il rischio di un rapido deterioramento è dietro l’angolo in caso di netto rallentamento economico generale. E, come sapete, il ciclo del credito nato dopo la grande crisi, è entrato nel settimo anno e sta naturalmente esaurendosi: oltretutto, con la Fed che formalmente dovrebbe contrarre la politica monetaria attraverso il rialzo del tassi, non stimolarla.

Ora, al netto di questo, cosa accadrebbe a livello globale se l’enorme impulso di domanda cinese sparisse in tempi più rapidi del previsto? Se escludiamo la Cina dalla visione d’insieme aggregata di crescita e domanda, il quadro mondiale è da recessione conclamata. Oltretutto, la gran parte della debolezza settoriale arriva dagli altri Paesi emergenti, con in testa Brasile e Russia, quindi Stati produttori di petrolio: nel mondo sviluppato, il terzo trimestre ha visto una crescita solo del 2%, mentre gli emergenti senza la Cina sono calati di oltre il 5% nel terzo trimestre. Inoltre, un’altra vittima della congiuntura, nonostante l’esperimento folle condotto dalla sua Banca centrale, è il Giappone, uno dei grandi player mondiali del settore automobilistico. Insomma, larga parte della produzione industriale del mondo è ancora legata alla Cina, piaccia o meno. Durerà?

Una cosa è certa: come anticipavo a inizio articolo, Pechino ha sì visto esplodere la sua bolla immobiliare ma il fall-out purtroppo rischia di non essersi ancora sostanziato del tutto. Il credito facile che anche la Banca del Popolo sta elargendo ha infatti visto riversarsi eserciti di persone nel mercato immobiliare nei mesi recenti e i prezzi delle case, nelle 70 più grandi città del Paese, sono saliti del 7,5% in agosto su base annua, stando al National Bureau of Statistics. Questo però ha portato con sé un qualcosa di devastante: i nuovi prestiti accordati in Cina ad agosto hanno infatti avuto un controvalore di 948 miliardi di yuan (142 miliardi di dollari), il doppio rispetto al mese prima, stando a dati di Caixin. Peccato che oltre il 71% di quei prestiti sia andato a cittadini per un utilizzo che non depone a favore di un’economia sana: per pagare i mutui accesi e in essere.

Capital Economics faceva notare a inizio anno che il dato era già al 20% del totale e che c’era da preoccuparsi: ora siamo quasi ai tre quarti. Inoltre, il governo sta cominciando a pensare a forme di controllo della crescita del credito verso le aziende, sia abbassando il livello di leverage del comparto corporate che con un approccio più di mercato nei confronti dell’accumulazione di debito, come ad esempio la ristrutturazione, gli swap debt-to-equity, la cartolarizzazione e, infine, la liquidazione nei casi più estremi. Finora questo è stato l’approccio di una minoranza, ma se si dovesse intervenire davvero, la Cina dovrà mettere in conto un ciclo di default che potrebbero impattare sia sulla sua stabilità finanziaria, sia sullo yuan.