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MPS/ La "finta apertura" al nuovo piano Passera

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Poi c'è l'altra ragione di scetticismo, rispetto al buon esito della "aperturina" senese. Perché il Monte nicchia rispetto alla richiesta di Passera di fare la "due diligence" sui conti della banca? Nelle condizioni penose in cui quell'azienda versa, la "due diligence" è il minimo che un compratore sincero possa voler fare prima di impegnarsi. Quindi non restano che tre ipotesi.

1) Morelli & C si svegliano e l'autorizzano, e allora tutto bene, si vedrà poi l'esito dei controlli.

2) Morelli & C. rifiutano la due diligence perché, dall'interno, hanno visto che i conti sono troppo più brutti di quanto appaiano dall'esterno, ma in tal caso vuol dire che la frittata è fatta e bruciata, e per gli uomini di JpMorgan non resta che attendere il modo per dirlo al mercato e al sistema senza prenderne colpa, ma allora niente di meglio che scaricare su Passera il compito di stendere il certificato di morte del Monte. Perché non farlo?

3) Morelli & C. sanno che, in realtà, a esaminarle dall'interno le condizioni del Monte sono migliori di quelle esternamente note. E non vogliono farlo sapere anche a Passera, per non rafforzarlo nella determinazione a procedere e non dargli modo di dirlo a tutti, che il Monte è un affare!

Ragioniamo: Passera - come fa chiunque abbia "intenzione serie" - chiede una "due diligence" preventiva sui conti del Monte, cioè la libertà di analizzarli in proprio prima di investirci. Circostanza che sembra ovvia anche alla casalinga di Voghera, eppure finora non rivendicata da JpMorgan. E la banca, guidata dall'uomo di JpMorgan, per ora nicchia, non ha accettato la richiesta. Perché? Cos'ha da nascondere?

La logica qui ci soccorre senza se e senza ma. Se voglio vendere qualcosa, ne decanto le qualità; se non voglio venderla ma temo di essere costretto a farlo da qualcuno o qualcosa al di sopra di me, cerco di dissuadere il potenziale compratore enfatizzando i difetti della merce e nascondendogliene i pregi. Se dunque oggi il Monte nega la due diligence a chi, dall'esterno, non ha gli strumenti necessari per effettuare direttamente le sue valutazioni è forse perché la banca non è conciata così male come si vuol far credere.

Attenzione attenzione: ci sono precisi precedenti. Quando nel '92 Mediobanca sfilò la Ferruzzi Finanziaria dal controllo della famiglia di Ravenna che la possedeva (e la gestiva disastrosamente male), denunciò un crac da 30 mila miliardi di euro. La storia si è incaricata di dimostrare che però, gestendo bene la vendita di alcuni pezzi pregiati del gruppo e le attività di altri, non solo quel buco fu colmato, ma le banche creditrici guadagnarono cifre colossali. Lo stile di Mediobanca non cambia mai, la vera differenza da allora è che oggi l'istituto gli ordini dal governo li prende e non li dà. Dunque: o il Monte dei Paschi di Siena lascerà fare la due diligence a Passera, o la volontà di confrontare alla pari i due piani, anche al fine di tentare una loro eventuale confluenza, si dimostrerà una mera affermazione teorica, in malafede, e non un riconosciuto e ineludibile metodo gestionale.

Anche perché, attenzione: quando il Monte dei Paschi comprò Antonveneta, madre del maxi buco di cui ancora oggi si scontano vecchi oneri; quando Unicredit comprò Capitalia, i cui "buffi" ancora pesano sui conti, procedettero senza fare la due diligence. Si sono visti i risultati. Vogliamo continuare così? Dice: ma l'Europa porta fretta. La porti anche alla Deutsche Bank, prima di mettere bocca. Già: peccato che questa piccola e ovvia incoerenza, ai signori di Bruxelles, gliela dovrebbe ricordare il governo Renzi, lo stesso che però ha promesso quest'estate a JpMorgan di passargli il controllo del Montepaschi.



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