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SPY FINANZA/ Referendum, così Renzi "compra i voti" con Usa e Ue

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Ma guarda un po’, sempre ieri - mentre Renzi gongolava tronfio accanto ad Obama - dalla Commissione Ue si sono premurati di far sapere che un parere sulla manovra - e quindi rilievi ed eventuale bocciatura - non arriveranno prima della fine di novembre. Scommettete che arriveranno dopo il 4 dicembre? Insomma, se Bruxelles in pubblico fa la faccia feroce per non dover ammettere di essere totalmente impotente di fronte al rischio sistemico rappresentato da un potenziale attacco speculativo contro l’Italia, in privato garantisce un assist perfetto a Renzi: evitare polemiche sulla Legge di stabilità prima del referendum, permettendo al governo di elargire e spacciare al pubblico le sue mance (14ma per i pensionati, bonus da 500 euro per i diciottenni, niente tagli, ma anzi aumento degli stanziamenti alla Sanità, abolizione di Equitalia) per ingraziarsi i voti degli indecisi. Parliamoci chiaro, quelle prebende sono elargite senza che vi sia copertura, se non generiche voci di taglio o di extra introito che non hanno alcuna base scientifica e concreta. Siamo più o meno al metodo Achille Lauro 2.0.

Purtroppo, però, la realtà è testarda e per quanto la si voglia nascondere sotto il tappeto, riemerge sempre. A confermarlo non è un ente nemico del governo, bensì l’Inps, i cui dati pubblicati sempre ieri dovrebbero far venire i brividi e non consentire troppi sorrisi in favore di telecamera al premier in visita a Washington (dove ha portato tre specialisti in relazioni internazionali come Roberto Benigni, Paolo Sorrentino e Giorgio Armani). E cosa ci dice il nostro istituto previdenziale? Che la spinta del Jobs Act e - soprattutto - delle decontribuzioni per le assunzioni a tempo indeterminato perde vigore e la dinamica reale del lavoro ne risente. Di più, alla faccia dei dati governativi, quelli che conteggiano come occupato chi riceve un voucher da 7,5 euro alla settimana, aumentano i licenziamenti «per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo». In due anni sono passati da 35mila a 46mila, il 31% in più. Chissà cosa diranno adesso i soloni che si dicevano convinti che l’abolizione dell’articolo 18 non avrebbe fatto aumentare i licenziamenti, ma le assunzioni: la riforma del lavoro targata Renzi ha infatti allargato le maglie di intervento per le aziende, le quali abbassano i costi tagliando personale.

Se tra il 2014 e il 2015, infatti, il dato è sostanzialmente invariato, il boom (+10mila licenziamenti) si registra proprio negli ultimi 12 mesi. Casualmente, le norme del Jobs Act si applicano solo agli assunti dopo l’entrata in vigore della riforma. E il tasso di disoccupazione? Fermo all’11,4%. Nei primi otto mesi dell’anno, le assunzioni sono calate dell’8,5% a quota 3,782 milioni: i contratti a tempo indeterminato sono stati 800mila, in netto calo rispetto agli 1,2 milioni dello scorso anno e meno anche dello stesso periodo del 2014, quando a marzo entrò in vigore il Jobs Act.

Analoghe considerazioni possono essere sviluppate per la contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-35,4%): fino allo scorso anno, infatti, i datori di lavoro potevano beneficiare di uno sconto fiscale di 24mila euro in tre anni per ogni neoassunti, mentre dal 2016 lo sconto è sceso a 3.250 euro l’anno. Puf, la voglia di assumere è sparirà e il miracolo renziano si è rivelato ciò che era: un provvedimento una tantum senza alcuna efficacia ciclica. E attenzione alle dinamiche nelle dinamiche: ad agosto, le assunzioni a tempo indeterminato sono state solo il 24,9% dei nuovi rapporti di lavoro, il dato mensile più basso dell’ultimo biennio.


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19/10/2016 - Voucher (Alessandro Di Giacomo)

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