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SPY FINANZA/ La recessione pronta per gli Usa

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In condizioni simili, riuscire ad alzare i tassi senza provocare uno shock devastante è praticamente impossibile: il tasso di disoccupazione è risalito al 5% dal minimo di 4,7% toccato a maggio e i piani occupazionali delle piccole e medie aziende stanno lanciando segnali di avvertimento da mesi. Una cosa sola la Fed non può fare, ovvero compiere il medesimo errore che fece tra il marzo e l'agosto del 2008, quando cominciò una battaglia contro il rischio inflazionistico - che invece aveva già toccato il picco e stava sparendo - e diede vita a una politica di contrazione che ha scatenato l'uragano. L'ex vice-governatore della Fed, Stanley Fischer, questa settimana ha tenuto un discorso nel quale diceva chiaramente che la Fed aveva finito le munizioni e questo «potrebbe portarci dentro una recessione più lunga e profonda della precedente, non appena l'economia verrà colpita da uno o più shock negativi». 

C'è però un'opzione sul tavolo, la vecchia cara warfare, ovvero l'effetto moltiplicatore del Pil garantito da eventi bellici. Non a caso, da almeno una settimana, tutti i media occidentali stanno caricando di significati la battaglia per la liberazione di Mosul come se si trattasse di una nuova Stalingrado. Gli americani non sono così pazzi da cercare un conflitto diretto con la Russia, quindi hanno abbandonato lo scenario siriano e puntano tutto sull'Iraq: un'escalation militare unita alla tensione per il voto presidenziale consentirebbe ai mercati di sfogare la loro preoccupazione senza che eventuali cali prolungati rimandino nell'opinione pubblica il sentore di una crisi sistemica. Ma, soprattutto, nei momenti di fibrillazione, il fatto che grandi entità finanziarie scarichino ciò che hanno in pancia, per non ritrovarselo a bilancio quando davvero il bagno di sangue sarà in atto, passa sotto silenzio, perché comunque sia la colpa dell'instabilità è della tornata elettorale particolarmente dura e volgare e delle avversità belliche in Medio Oriente. A quel punto la Fed avrà gioco facile nel poter non solo rimandare sine die l'aumento dei tassi, ma anche dipingersi come "cavaliere bianco" e intervenire a sostegno dei mercati: non solo americani, perché durante i primi due anni di Qe, la Federal Reserve con le sue swap lines ha di fatto tenuto in piedi il sistema bancario europeo, a fronte dell'immobilismo della Bce. 

Insomma, l'America sta nei fatti entrando in una nuova recessione, ma esiste la possibilità che questa venga posticipata grazie a manovre emergenziali, le quali sicuramente saranno benedette da un Obama che almeno fino a gennaio resterà il comandante di capo, qualsiasi sia il risultato che uscirà dalle urne l'8 novembre. Il problema resta, però: perché se la mia ipotesi si rivelerà esatta, al carico debitorio devastante con cui stiamo già facendo i conti, occorrerà sommare altro leverage figlio degli interventi della Fed. Quel debito non sparisce, si nasconde sotto il tappeto, ma prima o poi salta fuori di nuovo: certo, l'economia magari si sarà rafforzata un po' nei fondamentali grazie al nuovo doping, ma sarà solo un miglioramento artificiale di dati macro gonfiati. 

La follia cominciata nel 2009 prima o poi verrà a riscuotere il conto e la Fed non potrà andare avanti a vita mantenendo i tassi a zero, se non negativi. A meno che l'approdo già deciso non sia quello della helicopter money, nel qual caso entriamo in territori totalmente inesplorati. E diventerà superfluo anche tracciare dei possibili scenari: si navigherà a vista in un mare in tempesta. O, se preferite, si guiderà a occhi chiusi nella nebbia. 



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