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SPY FINANZA/ "L'aiutino" dell'Arabia Saudita agli Usa

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Il Fmi, il giorno precedente all’emissione, aveva dichiarato che il livello dell’austerity potrebbe allentare un po’ il prossimo anno, aiutando la ripresa della crescita economica non legata al greggio, la quale dovrebbe passare dallo 0,3% di quest’anno ad addirittura il 2,6%. «Il consolidamento fiscale, comunque, necessita di continuare almeno per i prossimi cinque anni», ha sottolineato il capo del Fmi per il Medio Oriente e l’Asia centrale, Masoos Ahmed, parlando a un congresso a Dubai. I fondi non serviranno soltanto per pagare gli arretrati, ma anche per stabilizzare il sistema bancario nazionale, soprattutto per calmare le sempre crescenti preoccupazioni per una svalutazione del ryal inevitabile e ormai in arrivo: per Capital Economics, «questa iniezione di capitali dovrebbe essere sufficiente per spazzare via ogni dubbio e timore per una svalutazione della moneta saudita. La ratio governativa debito/Pil salirà come conseguenza dell’emissione obbligazionaria, ma, visto il bassissimo livello da cui si partiva, difficilmente questo si tradurrà in tensioni sui mercati».

Anche Mohieddine Kronfol della Franklin Templeton Investments conviene sul fatto che il successo dell’emissione al debutto potrebbe rinvigorire i mercati finanziari sauditi: «Non solo quel bond potrebbe aiutare lo sviluppo del mercato del debito del Regno, attraverso l’introduzione di un tipo di investitore più sofisticato, ma ci sono altri effetti positivi per il reddito fisso dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo in generale, visto che sempre più investitori globali terranno d’occhio, più da vicino e più a lungo termine, la regione».

E i mercati sembrano credere alla svolta saudita, visto che il credit default swap del Regno ha smesso di ampliarsi negli ultimi mesi. Ma prima di emettere il proprio debito, Ryad ha scaricato quello di qualcun’altro per fare cassa: come ci mostra il grafico a fondo pagina, le detenzioni saudite di Treasuries Usa sono scese ad agosto da 96,5 miliardi a 93 miliardi, il livello più basso dall’estate del 2014. Anche la Cina nello stesso mese ha scaricato debito Usa con il badile, ma per motivi differenti: Pechino ha bisogno di operare off-setsulle pressione svalutative dello yuan, Ryad invece aveva volgarmente bisogno di liquidità urgente per operare a sua volta un off-set ma sul crollo del petrodollaro, di fatto ottenendo un effetto di backstop sul deficit di budget interno.

E questo cosa potrebbe portare come effetto collaterale? Prima di tutto occorre chiedersi a chi venga venduto quel debito Usa scaricato dai governi e la risposta è domanda privata, ovvero la stessa logica che sottende il mercato azionario, il cui destinatario finale è la clientela retail: per il debito Usa vale lo stesso, visto che gli investitori privati interni ed esteri diventano acquirenti di prima istanza di quanto le Banche centrali vogliono smobilizzare dalle loro detenzioni. E cosa succederebbe se dopo le istituzioni ufficiali estere, anche la clientela privata dovesse passare all’incasso, vendendo debito di Washington? La Fed sarebbe costretta a monetizzare più debito, ovvero operare in modalità - certamente sotto mentite spoglie - di Qe. Quindi, un qualcosa che agli Usa darebbe tutt’altro che fastidio, visto che come vi dicevo nell’articolo di sabato scorso, la Fed non può assolutamente permettersi di alzare i tassi nemmeno di un quarto di punto, stante il rischio di crollo dei mercati e aumento dei rendimenti obbligazionari che questo comporterebbe nell’immediato.

Se volevate la prova di quanto il mondo sia ormai totalmente interconnesso e finanziarizzato, penso che quanto vi ho appena descritto sia illuminante al riguardo.

 



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