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BANCHE E POLITICA/ La rivolta che aiuta le imprese

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"Un intervento che, almeno in Europa", prosegue De Lucia, "rappresenterebbe l'ennesimo shock normativo degli ultimi 10 anni dopo Basilea 2 e 3, l'introduzione del Meccanismo unico di Vigilanza, il sistema di risoluzione delle crisi e il bail-in, le disposizioni in tema di governance e quelle sulla trasparenza dei servizi finanziari. Il Comitato di Basilea starebbe, infatti, per imporre alle banche un modello di rischio standardizzato da utilizzare per valutare l'affidabilità di ogni cliente nel momento in cui chiede un finanziamento. Un modello standardizzato che vieterebbe il ricorso a sistemi di valutazione interni e flessibili, ma in grado di valutare e apprezzare le caratteristiche particolari del mercato di riferimento e quelle dell'affidabilità del cliente. Insomma, un sistema asettico, avulso da qualsiasi contesto soggettivo e di mercato, esclusivamente teorico che, paradossalmente, butterebbe dalla finestra i modelli di cui si sono dovuti dotare le banche, grandi e medio grandi, costati milioni di euro e decine di ore/uomo per una messa a punto durata circa dai sei agli otto anni".

Altro fronte di attacco, caro alle banche cooperative ma anche agli economisti "reali". Come l'americano Reich, che parlando al "Summit Internazionale delle Cooperative", che si è svolto a Quebec City in Canada dall'1l al 13 ottobre scorsi, ha difeso le banche di territorio - che in tutto il mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, sono sotto attacco normativo ma sono l'architrave del sistema creditizio locale -, sottolineando che "nel 2008 - quando è cominciata la crisi - i cinque maggiori gruppi bancari avevano insieme il 22% del patrimonio del mercato, ma oggi hanno il 44%". Una concentrazione che sul piano economico non è certo un vantaggio! E infatti: "La ricchezza concentrata rappresenta un grande problema: un problema che le cooperative, dato il loro significato e la loro struttura, sono ideali per contribuire a risolvere". 

E Corrado Sforza Fogliani, presidente dell'Associazione banche popolari gli ha fatto eco sottolineando che "in nessun Paese al mondo le banche territoriali incontrano l'ostilità che incontrano in Italia, a livello governativo e mediatico, per effetto dell'imperante bonapartismo economico al quale non piace la concorrenza che queste banche assicurano nei paesi in costante crescita".

Insomma: il primo passo per un ripristino dell'equilibrio e del buon senso è che si rompa il coro monocorde di rispettoso consenso a una linea normativa che ha prodotto disastri. E questa rottura del consenso è cominciata, anche ad alto livello.



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