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SPY FINANZA/ Ceta, Ue e le altre notizie "nascoste" della settimana

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Il perché di quella intemerata è semplice, visto che proprio qualche giorno fa il Parlamento europeo a Strasburgo ha respinto la bozza di bilancio comunitario proposta dal Consiglio europeo, chiedendone l'aumento. Ma sul bilancio annuale gli Stati membri non hanno potere di veto, visto che il Consiglio europeo lo vota a maggioranza e sono sufficienti sedici Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione. Un'eventuale minoranza di blocco potrebbe essere costituita da un numero di Stati che rappresenti come minimo il 35% degli europei. Insomma, su questo capitolo l'Italia avrebbe bisogno di alleati se volesse scagliarsi contro Juncker e, in una sorta di conflitto proxy, contro Angela Merkel. L'unanimità e il conseguente potere di veto, infatti, si ha solo sul bilancio pluriennale e, guarda caso, su questa nuova allocazione di capitoli di spesa si parlerà non prima del 2020, quando scadrà la programmazione dei fondi comunitari attualmente in vigore. Insomma, "il bomba" ne ha sparata un'altra delle sue. 

Nessuno può permettersi guerre e instabilità in questo periodo, tantomeno Juncker o la Germania, dopo che l'altro giorno un sondaggio di YouGov ha reso noto che il 65% dei cittadini tedeschi ritiene che il Paese sia meno sicuro da due, tre anni a questa parte: di fatto, un attacco frontale alle politiche migratorie del governo, il quale a settembre del prossimo anno dovrà fare i conti con le urne. Esattamente come la Francia e l'Olanda in primavera: c'è troppo da perdere per fare sul serio, sono cani che abbaiano ma non mordono. 

Ma quando le cortine fumogene sono così dense e ben orchestrate, succedono cose importanti che finiscono sotto silenzio: i tg, infatti, hanno tutto l'interesse a parlare dello "scontro" Roma-Bruxelles, visto che si innesca nel contesto referendario, ma non vi dicono altre cose. Proprio giovedì, infatti, la Vallonia ha fatto un passo indietro dopo lo strappo con l'Ue che ha bloccato la ratifica Trattato di libero scambio con il Canada (Ceta). Il premier belga, Charles Michel, ha annunciato che è stato trovato un accordo con la regione francofona ribelle sul Ceta, casualmente subito dopo che era saltato l'incontro per la firma previsto con il premier canadese, Justin Trudeau. 

«Abbiamo trovato un accordo», ha annunciato Michel, al termine di una riunione con le regioni e le comunità linguistiche del Belgio. Certo, ora l'intesa dovrà ora essere inviata all'Unione - la quale la ratificherà senza problemi ,- ma il nodo politico è duplice. I regolamenti europei prevedono infatti che i vari Parlamenti nazionali debbano pronunciarsi in merito a materie come queste, ma appena uno di loro si oppone, proprio gli europeisti - ovvero chi dovrebbe difendere questi meccanismi di democrazia - protestano e puntano il dito contro i valloni disfattisti. La coerenza è bene raro. 

In secondo luogo, l'opposizione del Parlamento vallone si basava su una questione seria, dirimente. Il nodo più difficile da sciogliere è stato infatti quello che riguarda le norme sugli arbitraggi, previste dal Ceta in caso di controversie commerciali che, stando al giudizio più che serio dei valloni, metterebbero in dubbio la capacità legislativa degli Stati nazionali. 



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