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SPILLO/ Mps, de Bortoli, Mucchetti e la memoria corta (del centrosinistra)

Pubblicazione:martedì 4 ottobre 2016

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Il dissesto Mps, già conclamato, non è stato praticamente affrontato dal governo Monti (di cui Passera era ministro dello Sviluppo economico): salva la sottoscrizione di un limitato prestito obbligazionario e senza comunque imporre un radicale risanamento del gruppo. A quell'epoca (era il marzo 2012) fu nominato presidente di Mps Alessandro Profumo: l'ex dioscuro di Passera ai vertici dei campioni bancari milanesi (UniCredit e Intesa Sanpaolo). Profumo - banchiere fra i più rispettati in Europa a cavallo dell'esordio dell'euro - è sì riuscito a raccogliere 8 miliardi di capitali freschi in due aumenti di capitale: ma non a evitare che il collasso del Monte diventasse definitivo. E questo, oggettivamente, non rappresenta un buon precedente per ritentare una strada tale quale. 

Passera sarebbe in ogni caso il volto di prestigio e garanzia di un progetto costruito da Ubs. Bene: era proprio il colosso elvetico a consigliare i vertici di Mps in occasione dell'acquisto di AntonVeneta. Un mega-deal da 9,3 miliardi, lievitati ad affare concluso fino a 10,3. Che fine ha fatto il miliardo di "commissioni" maturato e saldato nel 2008? Motivo di più, certo, per vigilare sulle fee di JPM: ma non dimentichiamoci della risposta che manca ancora dopo 8 anni. Anche perché - a fianco del nome di Ubs - una "memoria lunga" sul caso Mps non può non richiamarne molti altri.

Nel 2007 lo stesso Tononi era sottosegretario al Tesoro del ministro Tomaso Padoa-Schioppa nel governo Prodi-2. Era stato chiamato a quel ruolo dalla Goldman Sachs Europe, nella quale aveva raggiunto il grado di partner managing director (lo stesso Prodi entrò poi assieme a Mario Monti nell'advisory board della banca americana, dominante in Italia dal Britannia in poi). Executive vicepresident della Goldman Europe era stato anche Mario Draghi: predecessore di Grilli alla direzione generale del Tesoro e in quel 2007 governatore della Banca d'Italia prima di essere chiamato al ruolo attuale di presidente della Bce.

La Banca d'Italia è sempre stata considerata parte lesa del reato di "ostacolo alla vigilanza" da parte dei vertici Mps nei procedimenti giudiziari riguardanti il finanziamento dell'operazione AntonVeneta via derivati. Ma non risulta abbia in alcun modo eccepito alla decisione di acquisto, autorizzandola rapidamente e senza condizioni.

Non hanno torto de Bortoli e Mucchetti a dar voce - in tempo reale - al malumore corrente della City milanese sulle scelte e sullo stile di Renzi nell'affrontare la crisi Mps (e forse anche le altre: le quattro good banks apparentemente invendibili oppure le due Popolari del Nordest impiombate in Atlante). Però a Siena non esistono buoni e cattivi, e nessuno è innocente. Probabilmente non lo è neppure Renzi: ma è ad Arezzo che il premier presta semmai il suo fianco bancario. A Siena invece sta né più né meno che tamponando un guaio gigantesco lasciato da altri leader del centrosinistra, da altre autorità monetarie, da altre banche d'affari americane. Con gli stessi metodi.



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