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Economia e Finanza

FINANZA/ Un nuovo "disastro" pronto per le banche

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Ebbene, quest’inefficienza storica delle banche da qualche anno, si è rivelata il male oscuro che è non per Internet, ma per la crisi finanziaria del 2008-2009. Quella crisi è stata scatenata non dalle inefficienze appena ricordate, ma dalla bulimia con cui le stesse banche - a onor del vero non quelle italiane, ma quelle angloamericane, che però purtroppo intonano alle loro disfunzioni tutto il mercato globale - hanno voluto guadagnare giocando spregiudicatamente sui mercati finanziari con i titoli tossici, i famosi derivati e prestavano indiscriminatamente i soldi (le banche straniere anche peggio di quelle italiane).

Tutto ciò ha costretto le autorità regolatorie internazionali a imporre requisiti patrimoniali molto gravosi alle banche per impedire loro di continuare su questa china. In sostanza gli ha detto: se volete maneggiare (cioè fare impieghi, prestandoli ai clienti o investendoli in titoli, quindi comunque mettendoli a rischio) 100 dollari presi in prestito dai vostri stessi clienti (la raccolta), dovete accantonarne al sicuro almeno 20 (e questi accantonamenti obbligatori aumenteranno ancora, nei prossimi anni) per poterli utilizzare nel caso perdiate quelli impiegati, per rimborsare i clienti che ve li avevano prestati. E così le banche hanno dovuto congelare grandi fette di utili. Ma quel che è peggio è che si sono inaridite le due fonti principali di ricavi, quelle su cui le banche contavano da sempre per poter spendere e spandere.

La prima di queste due fonti è lo “spread” tra i tassi d’interesse su raccolta e impieghi, cioè la differenza tra gli interessi che le banche pagano ai clienti per poter usare i loro soldi e quelli che pretendono dai clienti ai quali prestano quei soldi. Poiché, dopo la crisi finanziaria, i tassi imposti dalle banche centrali sono crollati, e in tutto il mondo, questa differenza percentuale si è ridotta a poca cosa e genera pochissimo utile. L’altra fonte sbriciolata inizia ad avere a che fare con Internet e sono i margini di commissione (leggi: guadagno) applicati dalle banche sui servizi bancari tipici, dalla tenuta di un conto corrente al prelievo al bancomat o alla spedizione di un bonifico, insomma il prezzo che uno deve pagare alla banca per poter usare i suoi soldi.

Questi margini sono caduti a causa di quel po’ di concorrenza che nonostante l’arcigna difesa delle banche centrali il mercato ha introdotto negli ultimi dieci anni, paradossalmente proprio per iniziativa delle stesse banche che oggi ne pagano il costo. Cioè, queste stesse grandi banche sono state proprio loro ad aprire piccole banche “low-cost” concorrenti, che per prime hanno iniziato a usare le nuove tecnologie offrendo servizi a prezzi bassi, segandosi da sole il ramo del privilegio commerciale sul quale stavano comodamente sedute. Un po’ come i grandi editori della carta stampata che quindici anni fa hanno iniziato a regalare su Internet gli stessi contenuti che contemporaneamente vendevano sulla carta, meravigliandosi poi che quella carta non la compra più nessuno. Sono le follie del mercato, che ogni tanto intervengono a far saltare gli schemi elementari delle oligarchie economiche.