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FINANZA/ Un nuovo "disastro" pronto per le banche

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Su questo scenario disastroso, che per esempio fa sì che negli ultimi sette o otto anni l’insieme delle banche italiane non abbia più guadagnato una lira, si è aggiunta oggi l’inondazione delle tecnologie digitali che - non più come eccezioni, ma come nota dominante - rendono inutili effettivamente la metà degli organici.

Ora, tutti i banchieri perbene si stanno freneticamente attivando per non dover licenziare tanta gente, sia per non fare “macelleria sociale”, sia perché, semplicemente, non hanno in cassa i soldi che servirebbero per licenziarli legalmente. Infatti, le banche non possono usare la cassa integrazione o altri strumenti di welfare tipici dell’industria, ma hanno un fondo esuberi autofinanziato che oggi è praticamente vuoto. E che si affianca a un altro fondo, pure autofinanziato anche se istituito dalla legge, che è il fondo di garanzia dei depositi, che dovrebbe coprire le perdite dei soldi dei clienti fino ai 100 mila euro per cliente delle banche che falliscono: anch’esso vuoto, e da rifinanziare a carico di quelle stesse banche in crisi perché non fanno più utili, o non più a sufficienza.

Quindi alcune banche si stanno attivando per scongiurare il disastro. Le migliori hanno iniziato volenterosamente a riconvertire un po’ di personale ad altre attività non rese inutili da Internet: per esempio, vendere case o fondi d’investimento. Ma queste riconversioni riescono a riciclare soltanto piccole parti degli esuberi. È sempre la stessa storia, quella dell’adagio per cui “i cavalli resi inutili dai tram non poterono essere impiegati nelle fabbriche che producono tram”. Riconvertire professionalità è un processo lungo e difficile, che riesce solo a volte.

E dunque? Dunque solo due contromisure potrebbero evitare o attutire il disastro, la prima probabile ma parziale e la seconda improbabile ma più incisiva. La prima è che il prima o poi inevitabile rialzo del ciclo dei tassi intervenga più presto di quanto stimano gli economisti, in uno o massimo due anni, ridando spessore al margine d’interesse e restituendo su quel fronte un po’ di utile alle banche: ma nessuno sa davvero quando il fenomeno inizierà. La seconda è che gli Stati - finora concordi solo nel varare o accettare da parte degli organismi sovranazionali imperanti norme molto pesanti per le banche - concordino al contrario un programma di interventi preventivi e curativi che accompagnino il ciclo di ristrutturazione che le banche devono comunque affrontare, evitando che una dieta dimagrante indispensabile diventi una morte per inedia.

Ma chi nel mondo ha testa per ragionare su questi scenari? Chi, e dove, si sta chiedendo come impedire che la rivoluzione digitale nel suo insieme distrugga nel giro dei prossimi 5-10 anni la metà della manodopera industriale mondiale senza dare a essa alcuna vera alternativa? Dovrebbe essere la principale sollecitudine dell’Onu, o del Fondo monetario internazionale, e invece no: del problema dei problemi si occupa occasionalmente solo qualche economista eretico e senza potere.



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