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CARO PADOAN/ Pil, deficit e riforme: da dove escono i suoi conti?

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Pier Carlo Padoan (Lapresse)  Pier Carlo Padoan (Lapresse)

A questo punto lei può ribattere: sì, ma c’è la molla. Anche qui però non potrà negare che i prossimi mesi non segnalano bonaccia. Intanto c’è di mezzo il referendum. Se vincesse il no, si aprirebbe una fase molto, molto incerta. Crede davvero che sarebbe possibile continuare a caricare la molla fino in fondo, cioè portare a termine le riforme della giustizia e della Pubblica amministrazione, in altri termini proprio di quei corpi intermedi che mettono i bastoni tra le ruote?

Chiaramente conosce la risposta; infatti, a Washington ha anche messo in guardia dalla vittoria del no. Tuttavia sa bene che troppe cose non hanno funzionato, troppi intoppi, per usare un eufemismo, hanno impedito di realizzare gli impegni riformatori e le promesse concrete, con tanto di date e scadenze. Ricordiamo tutti quell’elenco di riforme da presentare e realizzare mese dopo mese. All’appuntamento con il cambio delle condizioni esterne e del referendum bisognava arrivare con un carnet molto più pieno, invece contiene sostanzialmente solo il Jobs Act, un provvedimento necessario, ma non sufficiente a creare nuovi posti di lavoro in mancanza di aumento della domanda interna.

Infine, l’ultimo dubbio che le chiediamo di fugare. Il Fondo monetario internazionale ha riconosciuto che l’economia mondiale non può tornare a crescere solo stampando moneta, una politica monetaria espansiva deve essere accompagnata da una politica fiscale attiva che, una volta avviata, prenda in mano il testimone dalle banche centrali. Finora questa azione di stimolo si è vista in Cina (con scarsi effetti) e in Canada (dove sembra funzionare meglio). La Germania resiste per ragioni elettorali, ma forse sarà spinta ad allargare la borsa prima del voto del prossimo settembre. La Francia ha già comunicato che non rispetterà nemmeno l’anno prossimo il limite del 3% al deficit pubblico sul prodotto lordo e aspetta di vedere chi sarà il prossimo presidente, la Spagna resterà ancora al 5% sperando nel frattempo di formare un governo. Ebbene, l’Italia cresce meno di tutti e ha deciso di seguire una politica di deficit spending che dal un lato non è sufficiente a dare una spinta allo sviluppo e dall’altro non riesce nemmeno a ridurre il debito. Ci può spiegare come si fa a risolvere questa equazione con troppe incognite?

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