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FINANZA E POLITICA/ Così Trump "obbliga" l'Italia a riscrivere la manovra

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Pier Carlo Padoan (LaPresse)  Pier Carlo Padoan (LaPresse)

La vittoria di Donald Trump, è stato scritto, chiude un’era. Quale, l’era del neoliberismo? No, quella si è chiusa con il crac finanziario del 2008 e la lunga recessione; il voto per The Donald, così come l’ondata di rancore e risentimento sociale che alimenta il neopopulismo, è la ricaduta politica di un paradigma infranto, quel triangolo magico che metteva insieme libertà economica, sviluppo e libertà politica. Oggi assistiamo alla fine di un abbaglio: ci si è illusi, infatti, che alla più profonda crisi del dopoguerra si potesse reagire con una risposta debole, affidata in economia ai salvataggi pubblici e alla politica monetaria iper-espansiva, ad aggiustamenti nel sistema finanziario dove quella crisi è maturata, a una prudente ritirata della globalizzazione, o meglio del libero scambio. Se fosse vivo J.M. Keynes parlerebbe di “fine del laissez-faire”, ma difficilmente ne sarebbe contento, perché avviene al di fuori di un vero ripensamento strategico del modello di sviluppo dominante.

Non che Trump sia consapevole di tutto ciò, lui è semmai l’epifenomeno, l’espressione secondaria del fenomeno principale. Se ne discuterà a lungo e da più parti si vedono i segni di questa riflessione di fondo che dovrebbe sgombrare il campo dalle reazioni emotive, dalla facile quanto inerme propaganda o anche dalla superficiale dialettica tra establishment e anti-establishment figlia anch’essa di una lettura strumentale di quel che accadendo. La realtà è che ha vinto un establishment, quello del protezionismo nazional-popolare, contro un altro establishment, quello multiculturale e globalista: un blocco di interessi è prevalso contro il blocco che aveva governato generando quella che abbiamo chiamato risposta debole.

In attesa di avere maggiori e migliori segni per leggere il prossimo futuro, possiamo solo chiederci quel che ci accadrà qui e ora. Un punto fermo nel nuovo ordine mondiale basato sul nazional-populismo è che l’Unione europea diventa l’anello più debole. Il suo modello, cioè un’istituzione che va oltre le nazioni, ma senza creare un nuovo assetto federale, appare nello stesso tempo incompleto, inefficace e fuori tempo. Viene eroso dal basso e dall’alto, dai nuovi localismi e dalla richiesta di recuperare la sovranità perduta, ma anche e forse ancor di più dall’impatto conflittuale delle grandi potenze. Stati Uniti, Cina e Russia non seguono più l’approccio cooperativo, più o meno illusorio, del G-20 o delle istituzioni nate all’insegna del multilateralismo, la dottrina dei progressisti che hanno guidato per otto anni gli Stati Uniti e hanno influenzato il resto del mondo.

Trump non conosce il numero di telefono dell’Ue, come avrebbe detto Henry Kissinger, infatti non ha telefonato a Jean-Claude Juncker, ma a Theresa May, Angela Merkel e François Hollande. Non ha chiamato nemmeno Matteo Renzi, non solo per lo scambio d’amorosi sensi tra il capo del governo italiano e Barack Obama, ma perché Roma è ininfluente e con The Donald è destinata a esserlo sempre di più. Oggi come oggi nessuno può immaginare il pluto-populista che guiderà gli Stati Uniti fare pressione sulla Germania per non cacciare la Grecia dall’euro e non penalizzare troppo l’Italia, come è avvenuto prima che Mario Draghi pronunciasse la sua formula magica, il “whatever it takes” che ha messo fine alla guerra dello spread.



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