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SPY FINANZA/ La mossa di Trump che può far salire il prezzo del petrolio

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«Non possiamo predire l'esito del vertice del 30 novembre - afferma l'Aie -, ma ci rendiamo conto delle dimensioni della sfida. Qualunque sia il suo esito, il vertice di Vienna avrà un impatto considerevole sul futuro, spesso rinviato, riequilibrio del mercato del petrolio». Ma attenzione, perché come sempre quando si parla di petrolio si parla anche di dollari e di geopolitica. A bloccare la situazione, infatti, è principalmente lo scontro frontale tra Arabia Saudita e Iran, ovvero tra i bastioni dell'islam sunnita e sciita: l'ennesima proxy war.

Giovedì questa diatriba è emersa chiaramente dal saliscendi vissuto nell'arco di poche ore dal prezzo del greggio: poco dopo le 13 ora italiana, la Reuters rilanciava un take in base al quale l'Arabia Saudita avrebbe minacciato di inondare il mercato di greggio, se l'Iran non si fosse allineata coi piani per tagliare la produzione. Due ore e mezzo dopo toccava a Bloomberg rilanciare la smentita dell'indiscrezione da parte del segretario generale dell'Opec, Mohammed Barkindo, il quale ha dichiarato che «il contributo dei sauditi è stato come al solito molto costruttivo» negli incontri preliminari tenutisi a Vienna. Ciò nonostante, fonti presenti agli incontri di dieci giorni fa a Vienna riferiscono che i sauditi erano talmente irritati dalle resistenze di Teheran da minacciare di far saltare del tutto gli accordi:?«Hanno minacciato di aumentare la produzione a 11 o addirittura 12 milioni di barili al giorno (dagli attuali 10,5, ndr), tirando giù i prezzi del petrolio e di abbandonare la riunione». Sono poi stati convinti a restare, «per evitare imbarazzo nel gruppo e per non costringere a cancellare il meeting del giorno dopo coi produttori non Opec».

Siamo di fronte a un altro 1986? Cosa accadde quell'anno? A metà anni Ottanta, Ryad - che nel giro di 5 anni anni aveva ridotto di oltre due terzi l'output, con una mossa unilaterale rispetto agli altri membri dell'Opec - decise di vendicarsi, aprendo di colpo i rubinetti:?in 4 mesi, nel 1986, il prezzo del greggio sprofondò del 67% fino a 10 dollari al barile. In effetti, l'Iran - liberatosi dalle sanzioni dopo l'accordo sul nucleare - ha aumentato il suo output di 210mila barili al giorno, portando il totale ha 3,92 milioni di barile in ottobre: sono 230mila barili al giorno in più di quanto stimato dall'Opec, un qualcosa che peserà sulla riunione del 30 dicembre, quando bisognerà appunto decidere quanto tagliare pro-quota.

Il problema è che, al netto della mega-emissione obbligazionario di cui vi ho parlato una decina di giorni fa, l'Arabia non può finanziariamente permettersi un ulteriore shock al ribasso del prezzo del petrolio, perché si tradurrebbe immediatamente in un offset di quell'iniezione di liquidità ottenuta dai mercati e metterebbe subito sotto pressione il deficit statale e il ryal, la valuta sulla quale in molti stanno scommettendo rispetto a una svalutazione. Inoltre, Ryad deve usare quei 17 miliardi ottenuti attraverso il debito sovrano piazzato in asta per pagare mesi e mesi di arretrati a fornitori e lavoratori del ramo immobiliare, oltre che ricapitalizzare le banche e tamponare l'emorragia di riserve estere usate finora per non far schiantare le propria valuta. Insomma, replicare il 1986 potrebbe rivelarsi un suicidio, più che una vendetta. E non solo.



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