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SPY FINANZA/ Le mosse pronte per la Bce

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Mario Draghi (Lapresse)  Mario Draghi (Lapresse)

Mentre Donald Trump faceva filtrare attraverso il suo staff l'intenzione di creare una banca per le infrastrutture sul modello di quella cinese e canadese, mandando in sollucchero chi vede in questa operazione più debito e quindi un possibile intervento della Fed, proprio la numero uno della Banca centrale Usa parlava al Congresso statunitense sullo stato dell'economia del Paese e sulle prospettive per il futuro. Per l'ennesima volta, Janet Yellen ha dichiarato che la Fed potrebbe alzare i tassi di interesse «relativamente presto» se i dati economici continueranno a indicare un miglioramento del mercato del lavoro e la risalita dell'inflazione. 

Stando all'intervento di Yellen, tutto fa presagire un'inflazione al 2% nel prossimo biennio con un ulteriore rafforzamento delle condizioni del mercato del lavoro, con l'aumento dell'occupazione e i prezzi dell'energia che dovrebbero sostenere la spesa delle famiglie. Tuttavia, «aspettare un'ulteriore evidenza non vuol dire non avere fiducia», ha sottolineato il governatore della Fed, specificando come sia d'obbligo «essere lungimiranti nel determinare la politica monetaria». Se il Fomc dovesse ritardare eccessivamente il rialzo dei tassi, «si rischierebbe poi di dover agire troppo repentinamente per evitare un rimbalzo significativo dell'inflazione, senza dimenticare che tassi bassi troppo a lungo potrebbero incoraggiare atteggiamenti finanziari avvezzi al rischio». 

Ora, mettiamo le cose in prospettiva. Già oggi l'inflazione core negli Usa è superiore al livello di mandato della Fed del 2% ed è così da inizio anno, visto che il costo della vita sta salendo ai massimi dal 2007 su base annua: l'energia sconta un +3,5% su base mensile, mentre l'incremento maggiore è quello legato alle spese per la casa, salito del 3,5% su base annua. Se davvero, come dice, la Fed basasse le sue scelte sui dati macro, avrebbe dovuto alzare i tassi lo scorso marzo. Anche perché grazie alle revisioni e ai trucchetti contabili l'economia sembra andare a gonfie vele: i dati pubblicati giovedì hanno evidenziato una diminuzione del numero di lavoratori che per la prima volta hanno richiesto i sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti, dato che si è portato ai minimi dal novembre 1973, giova però ricordare che il mese successivo l'America entrò in recessione. Stando a quanto riportato dal Dipartimento del Lavoro, nella settimana conclusasi il 12 novembre, le richieste iniziali di sussidi sono calate di 19mila unità a 235 mila, con il dato della settimana precedente invariato a 254 mila. 

Peccato che il dato della partecipazione alla forza lavoro negli Usa ci dica che siamo di fronte a un calo dovuto a una triste realtà: ormai i multiple jobs sono la norma, ovvero per campare si fanno due, tre lavori part-time contemporaneamente. E la chiamano ripresa. Insomma, la Fed pare intenzionata a calciare ancora un po' il barattolo, forse in attesa che siano Bank of Japan prima e Bce poi a mettere le carte sul tavolo e dirci cosa intendono fare rispetto al Qe e alla politica inflazionistica. 

E una mezza indicazione di come pare orientata l'Eurotower è giunta sempre giovedì dalla pubblicazione dei verbali del direttivo dello scorso 20 ottobre. Cosa dicevano? «I rischi per le prospettive economiche dell'area euro continuano a essere orientati al ribasso, mentre l'inflazione stenta a mostrare chiari segnali di ripresa». Accidenti che novità, parole mai sentite fino a oggi. Per la Bce, «la ripresa, moderata ma stabile, continua a resistere all'incertezza globale politica ed economica, ma rimane soggetta a rischi al ribasso». Mentre «l'inflazione appare destinata a crescere ulteriormente nei prossimi mesi, principalmente per i più elevati prezzi dell'energia, ma l'inflazione core, ovvero depurata dalle componenti volatili di cibo ed energia, continua a mancare di chiari segnali di una tendenza al rialzo convincente». 



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