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SPY FINANZA/ La bomba a orologeria nel cuore dell'Europa

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Difficile dare loro torto, a conti fatti. Per Draghi, «la razionalizzazione e il consolidamento devono far parte della risposta. Dove le sofferenze sono a un livello alto si devono creare le condizioni per una risoluzione più rapida dei non performing loans». In tal senso, «bisogna rimuovere tasse e impedimenti alla ristrutturazione dei debiti, oltre a lavorare allo sviluppo di una industria dei servizi sui crediti deteriorati per migliorare la raccolta e l'accesso ai dati». Resta un nodo, fondamentale e che spaventa: finché non sapremo davvero a quale valore quelle sofferenze sono state iscritte a bilancio dalle banche e quale sia il loro reale valore di mercato, avendo proprio la Bce distrutto il concetto di price discovery, non sapremo mai quanto alto sia il rischio che, dalla sera alla mattina, un istituto possa ritrovarsi insolvente all'interno di uno stato di crisi generale, magari innescato da una sell-off obbligazionaria, come vedremo tra poco. Servirebbe trasparenza, ma non c'è e i regolatori si guardano bene dal chiederla: è un cane che si morde la coda. 

Ma mentre Draghi parlava al Parlamento europeo, il membro del board della Bce, Benoit Coeure, parlava a un panel a Monaco di Baviera, appuntamento dal quale ha di fatto aperto il vaso di Pandora della crisi in atto e dell'impotenza dell'azione della Banca centrale. Rispondendo a un giornalista sulle prospettive del Qe, Coeure ha infatti dichiarato che «in teoria è possibile per la Bce l'acquisto di titoli azionari, ma questo oggi è ben lontano da ciò che abbiamo bisogno di fare. E stato fatto dalla Bce of Japan, ad esempio, ma non è chiaramente in discussione oggi. Non ne abbiamo mai discusso». Può essere, ma ora quel concetto è stato sdoganato con la stampa, ha fatto capolino: tanto più che, incalzato sulla durata del programma di stimolo, Coeure ha dichiarato che «le politiche non convenzionali non possono durare per sempre, quando vedremo l'inflazione tornare in maniera stabile e sostanziale attorno al 2%, cominceremo a limitarle. Ma l'inflazione oggi è ancora molto bassa». 

Ma come vi dicevo, ci sono rischi connaturati alla situazione attuale di cui non si parla. Con i fondi pensione di mezzo mondo che stanno riallocando fondi verso il mercato equity nel tentativo disperato di chiudere i gap di finanziamento a causa dei tassi ultrabassi delle Banche centrali e con le banche commerciali bloccate dalle regolamentazioni restrittive nei confronti delle detenzioni a bilancio, ecco che le economie più indebitate dell'eurozona - Spagna, Italia, Belgio e Francia - stanno cominciando a diventare clienti privilegiati e pressoché fissi degli hedge funds per le loro emissioni obbligazionarie: e non parliamo di poco, perché le quattro nazioni che ho appena citato hanno triplicato le loro allocazioni di debito presso fondi speculativi. Gente che oggi c'è ma domani? Quei quattro Paesi quest'anno hanno visto allocazioni di debito per miliardi verso gli hedge funds, un 13-17% del totale contro il 4-7% di solo tre anni fa, stando a dati ufficiali di Thomson Reuters. Addirittura per la Francia non esiste comparativo, perché non si era mai rivolta a fondi speculativi per le sue emissioni di debito. 



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