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FINANZA/ Trump, euro e Bce: il sistema è pronto a saltare

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Nel suo intervento a Francoforte, Mario Draghi, chiamato a difendere il programma di Quantitative easing, fortemente indigesto alle autorità della Germania, ha detto che la ripresa nell'area euro dipende ancora molto dalle politiche monetarie varate dalla Bce. La banca centrale continuerà pertanto ad agire usando tutti gli strumenti a sua disposizione, pur sempre nel rispetto del suo mandato, che è quello di garantire la stabilità dei prezzi.

Tale discorso, pronunciato proprio in Germania, ha il sapore di una sfida alle pressioni tedesche per terminare le politiche monetarie accomodanti. Il tema dominante è che i tedeschi temono di dover pagare per le situazioni di crisi dei paesi del sud Europa. Fanno finta di non sapere che se l'Europa del sud si trova in una crisi tanto profonda la causa principale è proprio l'euro, con le regole che ha imposto. Tutte queste regole ne sottendono una che è diventata come il fondamento delle relazioni europee, un fondamento non scritto ma evidente nei rapporti: le relazioni non sono più (dopo Maastricht) di tipo collaborativo, ma di tipo competitivo. Questo implica che il successo economico della Germania è direttamente collegato con la crisi economica dei più deboli. E implica pure che l'eventuale ripresa di tali paesi può avvenire solo con l'arrivo del deficit per quei paesi che, come la Germania, oggi hanno un surplus nella bilancia dei pagamenti.

In questo senso Draghi si è cacciato in un vicolo cieco: se favorisce qualcuno, inevitabilmente questo succede a danno di qualcun altro. E questo è il motivo fondamentale perché non possiamo uscire dalla crisi, che è destinata ad aggravarsi. L'unico dubbio è dove prima colpirà questa nuova ondata di crisi. E questo è il motivo del nervosismo dei tedeschi, anche perché pure il loro sistema bancario (oltre a quello dei paesi del sud Europa) è pieno di situazioni problematiche. Oltre alla celebre Deutsche Bank, vi sono una miriade di banche regionali, che oggi sfuggono ai radar della Bce per precisa volontà tedesca e che sono invischiate in prodotti finanziari di dubbio valore e in situazioni di prestiti in profonda crisi. 

Un esempio di tali prestiti sono quelli fatti a grosse società di esportazione e di trasporti internazionali. Tali trasporti sono andati in picchiata dopo lo scoppio della crisi nel 2008 e, dopo una modesta ripresa negli anni successivi, ora nel 2016 hanno toccato di nuovo i minimi storici. Le aziende dei trasporti sono quindi sull'orlo del fallimento e a soffrire per questi fallimenti sarà chi ha prestato loro i soldi, cioè diverse banche regionali tedesche. Per questo si lamentano le banche tedesche: con i tassi ai minimi, conseguenza della politica monetaria accomodante di Draghi, non trovano più occasioni di redditività, se non quelle ad alto rischio.

Draghi ha anche affermato che i crediti deteriorati sono in leggero calo. Ma quello che non ha detto è che la situazione si sta estremizzando, con banche che sono riuscite a smaltirli e altre che ne sono invece sempre più piene. Un caso emblematico è quello delle quattro banche italiane fallite un anno fa. Dopo 12 mesi dal ricorso al regime di bail-in e nonostante i sacrifici dei risparmiatori, le quattro banche regionali salvate con una risoluzione di emergenza non sono ancora state comprate e messe in sicurezza. E il tempo è denaro: nel frattempo hanno maturato quasi 4 miliardi di crediti deteriorati lordi. 



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