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SPILLO/ Il Prosecco e le Popolari: "media" e democrazia nell'era delle post-verità

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Donald Trump  Donald Trump

Donald Trump ha vinto le presidenziali Usa sconfiggendo l'opposizione massiccia dei grandi media: apparentemente inamovibili - almeno fino all'8 novembre - dalla cattedra di giudici-arbitri della civiltà americana.

Fino all'ultimo giorno, a Trump è stata contestata una candidatura costruita su "post-verità", neologismo politicamente corretto per "fandonie". Gli stessi analisti, il giorno dopo, hanno riconosciuto che l'elettorato aveva preso Trump "non letteralmente, ma seriamente". Che l'America ha dato peso, in fondo, a una sola linea programmatica: ridare lavoro e redditi agli americani "dimenticati". Tutto il resto - le post-verità "di" Trump ma soprattutto quelle "su" Trump - non sono entrate nelle urne. Un fatto, non un giudizio (quello verrà, ma c'è tempo). Una sconfitta di ogni pregiudizio. Un autogol epocale del media giudici-arbitri. 

La Washington Post - il quotidiano della capitale - quarant'anni fa convinse direttamente l'inquilino rieletto della Casa Bianca, Richard Nixon, a sloggiare. A partire dall'estate 2015, la Post ha cercato di convincere Trump a desistere, i repubblicani a ripudiarlo, poi gli americani a giudicarlo unfit. E' lo stesso giornale che, in questi giorni, crede di marcar stretto il presidente-eletto al portone del suo golf-club quando (dicono) fa casting per la sua amministrazione come in The Apprentice. Sembra invece distratta quando Trump, in un video youtube di tre minuti su programmi e sviluppi della Transition, dice che a Washington si occuperà subito dei "dipendenti federali": quanto costano, quanto lavorano, quanto servono veramente.

Il New York Times da trent'anni racconta (e deplora) nelle pagine della cronaca cittadina citizen Trump, le sue alterne imprese, il suo multiforme stile pubblico e privato. L'altro giorno Trump è andato in visita alla redazione: per un'ora e mezza ha risposto alle domande, in diretta tweet. Lei legge (teme, ndr) il New York Times? Il suo chief strategist, Steve Bannon, a noi sembra "razzista": perchè insiste a volerlo alla Casa Bianca? Rimarrà contrario all'accordo di Parigi sul cambiamento climatico? Non vorrà mica lasciare che l'Fbi continui a indagare su Hillary Clinton, suille mail private dal Dipartimento di Stato, sui finanziamenti alla Fondazione di Bill? Nessuno interesse prioritario per altri temi: come pensa di ridare lavoro e reddito ai forgotten american? Davvero pensa di alzare barriere commerciali verso la Cina con tutto l'export di Apple? Pensa di dare finalmente una sistemata a Wall Street oppure pensa di "deregolarla"nuovamente?  

E' stata d'altronde la Corporate America democrat e politically correct di Barack Obama a non farsi scrupoli nell'utilizzare missili mediatico-giudiziario per colpire Volkswagen e Deutsche Bank: grandi pistoni della "Deutschand AG", cuore-motore della Ue. Quasi nessuno, in giro per il mondo, ha seri dubbi sul fatto che lo scandalo delle emissioni non sia soltanto un "caso Volkswagen" ma riguardi invece la totalità dell'industria dell'auto, a cominciare da quella americana E assolutamente nessuno può pensare che il despicable, il "cattivissimo" del crack della finanza derivata a Wall Street sia stato alla fine un gruppo bancario europeo. La Germania ha incassato i colpi, pagherà le ammende: anche per la parte robusta di "post-verità" contenuta nelle testate intercontinentali lanciate da Oltre Atlantico. Ma nessuno in Germania attaccherà mai Volkswagen a maggior ragione nel 2016 o nel 2017.

Nessuno, del resto, attaccherebbe mai lo Champagne in Francia. Invece nei giorni scorsi il servizio pubblico televisivo italiano ha attaccato il Prosecco. Lo spumante prodotto nel Nordest è il più esportato fra i vini italiani e nel 2014 ha superato per numero di bottiglie lo Champagne. Nel 2015 sono state prodotte 355 milioni di bottoglie di Prosecco, commercializzate fuori Italia per il 70% (anche in Francia, anche in Vietnam). I viticoltori del Prosecco sono oltre 10mila, le cantine oltre 1.200, i marchi poco meno di 400, il giro d'affari è in continua crescita verso i 2 miliardi: in un'Italia che ha perso quasi il 10% di Pil dopo il 2008.

Il programma Rai ha infilato il (presunto) "abuso di pesticidi" in un'inchiesta appositamente imbastita sui campanilismi locali per l'uso del marchio, con tanto di ricorsi alla Ue sulla falsariga dei "patrimoni dell'umanità" rilasciati dall'Unesco. Fatti? Giudizi? Pregiudizi? Autogol? E' politicamente scorretto porre la questione?



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