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SPY FINANZA/ L'occasione d'oro per "far male" alla Germania

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Wolfgang Schaeuble (Lapresse)  Wolfgang Schaeuble (Lapresse)

Ma come mai questo nervosismo? Semplice, non hanno più il loro potente padrino politico. A dispetto di quanto si pensasse, infatti, l'elezione di Donald Trump non ha affatto portato con sé le piaghe d'Egitto, tanto che il Dow Jones ha sfondato il record dei 19mila punti questa settimana: se davvero l'arrivo a Pennsylvania Avenue avesse spaventato i mercati, allora la legacy obamiana sull'Europa, sostanziatasi con il sostegno a tutto tondo al governo Merkel espresso due mercoledì fa nel vertice di commiato a Berlino, avrebbe avuto un senso e un peso politico. Ma non è andata così e Trump non pare uomo interessato troppo ai destini d'Europa, vista anche la reazione poco diplomatica e irrituale di Jean-Claude Juncker alla sua elezione. 

A Berlino manca protezione politica proprio nel momento di maggiore instabilità per l'Ue, dopo la Brexit e in attesa del referendum italiano e il ballottaggio delle presidenziali austriache del 4 dicembre. L'anno prossimo, poi, politiche in Germania e Olanda e presidenziali in Francia: praticamente, la possibile fine dell'Ue come la conosciamo attraverso le urne. Berlino non è più abituata ai consessi democratici e al suffragio universale, è abituata a comandare a bacchetta e ad avere in Washington l'amico grande e grosso che, se serve, interviene in tua difesa: ora il Re è nudo e ha paura di doverlo ammettere e quando la Commissione Ue ha vestito i panni del bambino che grida al mondo di come le pudenda del monarca siano in vista, ecco che Schaeuble, il vero capo in Germania, ha reagito come un animale ferito. E ieri, è arrivato il potente capo della Bundesbank a dargli man forte. Segnale di debolezza, invece. 

Ma pensate che qualcuno lo abbia colto, nel nostro straordinario ma politicamente disgraziato Paese? No, sono troppo intenti a farsi la guerra come i Montecchi e i Capuleti sul referendum, un nulla istituzionale divenuto spartiacque solo perché da esso dipende il futuro politico di Matteo Renzi e della sua eterogenea corte dei miracoli. Non capiscono che questo è il momento di creare un asse con quei Paesi che finora hanno patito l'egemonia politico-economica della Germania in Europa, non hanno capito che oggi come non mai la Merkel è debole e spaventata dai sondaggi che arrivano settimanalmente in vista del voto. Lo stesso vale per le istituzioni europee, totalmente spiazzate dall'esito del voto Usa, spaventate da quanto potrebbe accadere in Austria in caso di vittoria di Norbert Hofer al ballottaggio e, soprattutto, dall'esito delle urne francesi e tedesche del prossimo anno: paradossalmente, la più transnazionale delle istituzioni, la Commissione Ue, dipende in toto dagli equilibri di potere interni agli Stati, esattamente come qualsiasi organo non eletto al mondo. 

Se esiste un momento storico in cui si può cambiare l'Europa è questo, altra occasione non sarà concessa, perché questo nervosismo tedesco pare il preludio a un addio generale e, temo, non troppo controllato al progetto europeo in toto. Il 5 dicembre, il giorno dopo il voto in Italia e Austria, si terrà la riunione dei ministri delle Finanze europei e sul tavolo ci saranno parecchie priorità, dal Brexit alla Grecia, passando per il budget Ue su cui Renzi ha finto di mettere il veto e arrivando alle manovre dei vari Stati, con il nostro Def destinato a diventare il bersaglio su cui Schaeuble scaglierà le sue freccette avvelenate. 



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