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FINANZA E POLITICA/ La "grana" delle banche nascosta dal referendum

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Il sistema creditizio ha bisogno di cambiare il proprio modello. Finché si poteva contare su una differenza tra tassi attivi e passivi di 3-4 punti, c’era grasso per tutti. Oggi non è più così. E occorre affrontare una riconversione produttiva non diversa da quella dell’industria manifatturiera: innovazione tecnologica, applicazione in dose massiccia di internet, riduzione degli sportelli e del personale, aumento della dimensione media, specializzazione nei servizi ad alto valore aggiunto, e via dicendo. Finora si è cercato di rinviare la resa dei conti. Guadagnare tempo è importante in tempi di crisi acuta, sia chiaro, ma solo se si sa come utilizzare il tempo.

Il Governo è intervenuto tappando i buchi a mano a mano che si aprivano. Il caso del Monte dei Paschi è la prova provata di questo atteggiamento difensivo. Anche il fondo Atlante, nato con le migliori intenzioni, ha seguito la logica sbagliata: aumentare il capitale in banche improduttive significa gettare via i quattrini. Sarebbe stato meglio vincolare gli interventi a una profonda ristrutturazione degli istituti. Alessandro Penati potrebbe ribattere che era questa la sua intenzione, ma così non è avvenuto, e oggi è azionista unico di banche senza mercato. Lo stesso vale per le quattro banchette del Centro Italia. C’è davvero chi crede che ci sia una fila di pretendenti i quali attendono solo di sapere come finirà il referendum?

Oggi ci troviamo di fronte al paradosso che sono appetibili i crediti marci (se adeguatamente svalutati), non le banche che li hanno concessi. Se vince il no sarà difficile cambiare direzione perché richiederebbe un governo forte e decisionista; ma se prevale il sì siamo sicuri che i vincitori avranno il coraggio di correggere i propri errori?

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