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REFERENDUM & FINANZA/ Il Financial Times e le balle sul fallimento delle nostre banche

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Si continuano ad attribuire all’esito del referendum proprietà magiche quando il problema agli occhi dei mercati è quello di un Paese che non solo non ha fatto buone riforme, pur avendo dimostrato di poter fare riforme (così come scriveva l’Ft qualche mese fa), ma che si è messo a litigare con l’Europa per ottenere flessibilità per una cattiva spesa pubblica.

Il giorno dopo il referendum tutti i problemi italiani, incluso quello bancario, saranno esattamente identici al giorno prima; bisogna solo chiedersi se al netto di una cattiva riforma costituzionale o di un cattivo governo. Per il resto possiamo solo rimpiangere il fatto che l’Italia, e al mercato non è sfuggito, negli ultimi dodici mesi, di fronte a cambiamenti epocali e a una crisi che fa paura, è stata concentrata sulla vittoria alle amministrative e poi su un referendum che non sposta né un punto di Pil, né un singolo problema strutturale, né risolve un aumento di capitale di alcuna banca; il tutto con bonus diciottenni e compagnia. Un’incoscienza incredibile che abbiamo già pagato cara. Illudersi che una vittoria del Sì possa rinfrancare i mercati dopo tutto questo è solo altra incoscienza. D’altronde chi si fida dopo quanto successo negli ultimi dodici mesi?



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