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SPY FINANZA/ Mps e il "patto" che serve all'Italia

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Un altro dei timori è che le eventuali difficoltà delle otto banche possano «minacciare l'aumento di capitale di 13 miliardi di euro di Unicredit, la prima banca italiana per asset e la sua unica istituzione finanziaria di rilievo, in calendario all'inizio del 2017». Su una cosa il quotidiano della City ha ragione, ovvero quando dice che «il nocciolo della questione è se la questione di Siena viene risolta o meno: con Siena risolta non sono preoccupato. Con Siena irrisolta, sono preoccupato». Se Mps dovesse fallire, continua il senior official citato dal Financial Times, tutto diventa possibile inclusa «una resolution delle otto banche», soprattutto se la vittoria del No dovesse portare alle dimissioni di Renzi e a un periodo di prolungata incertezza. A quel punto «un fallimento di massa degli istituti italiani potrebbe innescare il panico nel sistema bancario dell'eurozona». 

Quando leggete notizie simili, però, ricordatevi sempre una cosa: sono scenari probabilistici sulla carta ma impossibili nella realtà, per il semplice fatto che l'Italia non è la Grecia o Cipro, è un Paese talmente sistemico che se si arrivasse al reale rischio di collasso del settore bancario sarebbe l'Europa a entrare subito e autonomamente in gioco, perché il domino italiano avrebbe come immediato elemento di contagio il sistema bancario francese, tutt'altro che sano e terribilmente interconnesso con quelle tedesco a livello di rischio di controparte. Se cadiamo giù noi, portiamo giù tutti. Deutsche Bank compresa. 

Insomma, il Financial Times non dice proprio bugie, è che omette parte della verità, come spesso gli accade di fare. Non è infatti la prima volta che il quotidiano londinese usa toni allarmistici sulla possibilità di una vittoria del "No". Il 21 novembre fu l'autorevole penna di Wolfgang Munchau a scrivere un editoriale nel quale si arrivava allo scenario estremo di un'Italia che, in caso di vittoria del "No", avrebbe potuto addirittura dover abbandonare l'euro a causa della cascata di conseguenze politiche che avrebbe portato con sé la fine del governo Renzi. Ancora prima, il 27 giugno, all'indomani del referendum sulla Brexit, sempre Munchau preconizzava: «L'Italia sarà la prossima tessera del domino a cadere. Su riforme Renzi rischia come Cameron». 

Quale sarebbe questo rischio mortale, se già la gran parte dell'opposizione è d'accordo con il fatto che il premier resti per dar vita a una stagione di riforme e alla riscrittura della legge elettorale per andare al voto il prima possibile? Certo, la vittoria del "No" sancirebbe l'apertura della guerra totale all'interno del Pd, ma, con tutto il rispetto, il destino dell'Italia è un po' più importante di quello di Bersani o Cuperlo. Tanto più che sempre ieri, l'Ocse si è detta più ottimista sulla crescita dell'Italia nel 2017. L'organizzazione ha infatti rivisto, nell'outlook economico, la stima sulla crescita dell'economia italiana per il prossimo anno dallo 0,8% del rapporto di settembre allo 0,9%. Per quest'anno è, invece, confermata la previsione di un +0,8%, mentre nel 2018 è attesa un'espansione dell'1%. Certo, non parliamo di crescita cinese, ma, almeno, la spirale ribassista della stagnazione sembra abbandonata. Il tasso di disoccupazione, poi, dovrebbe scendere su base annua dall'11,5% all'11% nel 2017 e al 10,7% nel 2018, mentre l'inflazione armonizzata è vista in aumento dal -0,1% quest'anno allo 0,8% nel 2017 e all'1,2% nel 2018. E il debito pubblico, calcolato al 159,3% del Pil quest'anno, è stimato al 159,5% nel 2017 per poi tornare al 159,3% nel 2018. 



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