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SPY FINANZA/ Portogallo e Bce, le mosse che contano più del referendum

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Come i miei lettori più assidui sanno, non sono mai stato tenero con Mario Draghi. Nulla di personale, ovviamente, visto che non ho mai avuto il piacere di conoscere il governatore di persona, ma una critica nel merito, ovvero nella gestione del Qe fin dagli inizi, capace a mio avviso unicamente di creare una bolla distorsiva sui prezzi degli assets per far guadagnare tempo a Stati e banche nella speranza che qualcosa di sconosciuto arrivi a sanare le criticità strutturali sottostanti. Una cosa però voglio dirla, per amore di onestà: giù il cappello di fronte alla scelta del numero uno dell'Eurotower di non dire un solo "beh" sul referendum costituzionale italiano, anche quando veniva incalzato direttamente come lunedì in conferenza stampa. Il problema è che però Draghi in quell'appuntamento con i giornalisti ha detto altro e qui le critiche ritornano d'obbligo. 

Per il governatore della Bce, infatti, «il programma di Quantitative easing è abbastanza flessibile da poter essere rivisto in modo tale da poter mantenere l'accomodamento necessario», il tutto assicurando che a dicembre saranno valutate le diverse opzioni che consentirebbero di mantenere la politica monetaria necessaria a garantire una convergenza sostenibile dell'inflazione verso il 2%. Quando è stato interrogato sulla possibilità che l'8 dicembre si possa assistere a un'azione effettiva da parte della Bce, Mario Draghi ha risposto che «lo scopriremo solo vivendo». Non serve attendere, la Bce dovrà intervenire e il perché lo scopriremo più avanti. In compenso, Draghi ha reso palese a tutti lo stato di agonia del concetto di Europa, quando si è lanciato in una sorta di filippica: «Nonostante il crescente sostegno ai movimenti euroscettici, dai sondaggi risulta anche che i cittadini non sono contrari alle decisioni prese a livello europeo di per sé». Anzi, si chiede se queste decisioni siano tali da garantire protezione contro «l'insicurezza economica e quella derivante dall'immigrazione, dalle questioni di sicurezza, dal cambiamento climatico». 

Non so quali sondaggi legga Draghi, ma io questa percezione di favore verso l'Europa da parte dell'opinione pubblica proprio non la vedo. Inoltre, per Draghi «dal referendum del Regno Unito è cresciuto il sostegno per l'integrazione europea, contrariamente alle aspettative di molti. La lezione chiave è che l'Ue deve decidere misure sugli obiettivi principali secondo la prospettiva dei cittadini, se vuole ripristinare la fiducia nel suo progetto». Anche qui, il governatore mi pare un po' arrampicarsi sui vetri: se continua a crescere il consenso verso i partiti euroscettici, come si può dire che cresce in contemporanea anche la voglia di maggiore integrazione? Basti guardare l'Olanda, l'Austria e la Francia, Paesi dove i candidati delle destre hanno già detto che in caso di vittoria alle prossime elezioni proporranno un referendum sul modello di quello britannico. Più che integrazione, io la chiamerei secessione. Non a caso, poco dopo lo stesso Draghi ha dichiarato che nonostante il trend di ripresa dell'economia globale continuerà, «la crescita resterà più lenta rispetto a prima della crisi, a causa delle significative incertezze e politiche ed economiche che sta affrontando. In questo contesto si inseriscono le prospettive dell'Eurozona, il cui andamento è stato nuovamente dipinto in espansione moderata, ma costante». 



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