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SPY FINANZA/ Usa, i veri "padroni" dietro Trump e Clinton

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Una delle cose che i mercati temono di più - e che per gli analisti di Morgan Stanley è un'ipotesi da prendere in seria considerazione - è infatti un governo degli Usa diviso dopo il voto: «Questo limiterebbe notevolmente la possibilità di intraprendere azioni di politica economica decise dal punto di vista fiscale e degli investimenti infrastrutturali». E ancora: «Qualunque sia il risultato delle elezioni, l'attenzione dovrebbe essere rivolta alla composizione del nuovo Congresso: l'impatto economico delle elezioni dipenderà sostanzialmente da quale partito ne avrà il controllo».

Un'altra cosa pare certa e cioè che con l'elezione di Trump è probabile un aumento della volatilità sui mercati azionari e obbligazionari, non fosse solo che a causa della maggiore incertezza riguardo alla direzione del Paese e al nuovo governo. Ovviamente la politica di Trump - apparentemente e a parole isolazionista su immigrazione, commercio transoceanico e alleanze militari - ovviamente aumenta le incertezze, ma tocca restare focalizzati sulla vera mossa catalizzatrice a breve termine, ovvero la decisione della Fed riguardo ai tassi di interesse nel meeting del board di dicembre. Non a caso i grandi fondi di investimento stanno preparando i loro clienti a un evento stile Brexit, basando le loro mosse principalmente sulla diversificazione degli investimenti e la ricerca di beni rifugio con rendimenti soddisfacenti, che permettano cioè di ammortizzare un ipotetico calo dei prezzi degli assets a seguito di uno shock sui mercati: dopo il voto inglese, i titoli di Stato con un discreto cuscinetto di rendimento, come quelli inglesi, canadesi o Usa, si sono infatti comportati meglio di quelli che hanno registrato rendimenti negativi come i tedeschi. 

Ora, al netto di tutto questo, resta però una grande questione insondata e nascosta: occorre dire chiaramente che la scelta del prossimo presidente Usa è ovviamente di enorme importanza globale, ma la realtà ci dice che chi guida il Paese è la Fed, non la politica. Così come sanno anche i sassi che quanto accadrà in Europa nel prossimo futuro passa unicamente dal board della Bce del prossimo 8 dicembre, non dal referendum costituzionale italiano del 4 o neppure dal voto tedesco o francese del 2017. Pensateci: chi ha tenuto in piedi l'eurozona finora? Soltanto Mario Draghi, i vari governi hanno dovuto legare - chi più, chi meno - le proprie azioni politiche e fiscali agli schemi fissi dell'Ue e questo ha portato a un'inazione totale che ha subito un offset fondamentale dalle scelte di allentamento quantitativo di Francoforte. Senza la monetizzazione del debito, l'eurozona non esisterebbe già più. 

Quindi, rendiamoci conto del fatto che se anche vincesse Hillary Clinton, tranquillizzando il mondo rispetto alla variante impazzita del tycoon newyorchese, la sua politica economica non sarebbe dettata da scelte autonome, ma da due fatti specifici, i quali sarebbero esattamente gli stessi anche in caso di vittoria di Donald Trump: ineluttabilità di un ingresso in recessione degli Usa entro al più tardi l'autunno dell'anno prossimo (ma io penso prima) e il fatto che sarà ancora una volta la Fed a fornire le armi per combattere il rischio stagnazione per l'economia. 



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