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SPY FINANZA/ La domanda dei mercati che conta più delle elezioni Usa

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Saremo nel Valhalla monetario più totale, perché già oggi il debito pubblico americano - cresciuto esponenzialmente sotto l'amministrazione Obama, forse per questo Matteo Renzi lo ammira tanto - non consente un ritorno alla normalità dei tassi di interesse. E non lo dico io, lo ha detto chiaro e tondo ieri, in un'intervista a Bloomberg, Ed Yardeni, presidente della Yardeni Research Inc. di New York, a detta del quale «uno si mette a tremare se pensa a cosa accadrebbe, se i tassi davvero dovessero tornare alla normalità. Siamo in un vicolo cieco: tutti questi anni ci siamo limitati a calciare il barattolo e, di colpo, la lattina ha colpito il muro. Abbiamo avuto credito facile in quantità enorme grazie ai tassi ultra-bassi e occorre dirci chiaro che un eventuale ritorno a tassi normali vedrebbe l'impatto delle spese per interessi sul debito diventare un problema insormontabile, anche a livello di deficit federale». Inoltre, gli ultimi dati resi noti lunedì dalla Fed riguardo il credito al consumo ci parlano di un aumento a settembre di 19,3 miliardi di dollari contro i 18 attesi, ma, soprattutto, del record assoluto per quanto riguardo i prestiti studenteschi e per l'acquisto di automobili, saliti ai massimi rispettivamente di 1,396 triliardi e 1,098 triliardi. 

Un'economia e una nazione totalmente e unicamente basate sul debito: pensate che un'amministrazione Clinton che lasci la Fed operare con il pilota automatico, visto che Wall Street ha votato per Hillary proprio per evitare gli azzardi anti-bolla sui tassi preannunciati da Donald Trump, sia la risposta a una situazione macro simile? Io credo di no, ma sicuramente le Banche centrali avranno un ennesimo coniglio da estrarre dal cilindro. Una cosa, però, voglio dirvi: la sorpresa più grossa dal voto di ieri potrebbe arrivare dalla Cina, quindi occhi su Pechino per capire cosa ci attende. Il grafico più in bass, ci mostra infatti come, dopo molti mesi di stabilità, lo yuan abbia di nuovo rotto al ribasso contro il basket del China Foreign Exchange Trade System. Questo significa che se oggi, in base al risultato elettorale, il dollaro dovesse apprezzarsi, il cross Usd/Cny potrebbe sfondare a 6,80 e andrebbe a flirtare con il livello post-crisi di circa 6.8270, la zona di allarme rosso. 

E siccome i trading operati ieri ci mostrano investitori molto focalizzati su quel cross valutario, ancorché in maniera disordinata, un potenziale scenario come quello appena descritto potrebbe riaccendere timori per fughe di capitali incontrollabili dalla Cina. A quel punto, sarebbe di nuovo guerra valutaria obbligata. Cosa farà la Fed? E la Bce? E la Bank of Japan? Ve lo ripeto, chi poggerà fisicamente le proprie terga sulla poltrona dello Studio Ovale è l'ultima delle domande che interessa davvero il mercato. 



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