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FINANZA E REFERENDUM/ Il salasso (pronto) dopo il 4 dicembre

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Anche lui si rende conto che, per colpa dell’imperizia e dell’ignavia di chi l’ha preceduto (Mario Monti non era certo uno sprovveduto), il sistema resta in condizioni precarie: 360 miliardi di incagli e sofferenze che, in assenza di interventi, rischiano di crescere in maniera esponenziale; oltre mille istituti, per decenni comodo rifugio per i poteri locali, dentro cui spesso si annidano i frutti più perversi del clientelismo e del notabilato; decine di migliaia di sportelli (più delle pizzerie, ironizzano i giornali anglosassoni) in parte resi inutili dall’avanzata del Bancomat e di tecnologie più raffinate. Non basta risolvere le crisi più acute, magari ricorrendo al Qatar (uno dei Paesi più vicini all’estremismo islamico), o “far sistema” obbligando le banche robuste (vedi Intesa o Ubi) a svenarsi per tamponare le crisi attraverso Atlante. In questo modo il sistema Italia rischia di dissanguarsi senza ottenere risultati definitivi.

L’alternativa? Prima o poi, meglio se prima e senza l’imposizione di una grave crisi politica, si dovranno prendere in considerazione altre soluzioni: un bail-in per metà della ricapitalizzazione e soldi pubblici per l’altra metà come consentono le norme europee. Senza nascondersi l’amara realtà che non tutte le banche riusciranno a sopravvivere, e che servirebbe evitare di ammazzare le parti sane del sistema, accollando loro oneri di salvataggi senza speranza. Infine, se serviranno molti soldi, anche il fondo salva-stati potrà servire. 

Un salasso per i risparmiatori? Certo, non sarà una passeggiata. Ma non è che la “conversione volontaria” delle obbligazioni Mps sia una soluzione più amichevole o propizia per il Paese. Come insegna l’esempio spagnolo, l’economia potrà accelerare solo quando potrà contare su banche sane, non salvate da cerotti o pannicelli. Sarà questa la sfida del coraggio con Renzi o magari qualcun altro.

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