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IL CASO/ I migliori paesi europei da cui "copiare" politica ed economia

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Occorre sempre ripartire dalle considerazioni sopra svolte circa le "quattro nordiche": pragmatismo e non mera ideologia populista (vedi difficoltà a introdurre le nuove 5 Regioni al posto delle vecchie Province), hanno consentito al Paese di sradicare la povertà e ridurre al minimo le disuguaglianze sociali e di reddito. Senza dimenticare - afferma la fonte cui ci stiamo riferendo (Eeag e Cesifo) - i profondi tratti liberali del suo settore privato, che viene favorito nella sua competitività dal livello bassissimo (il quinto più basso nei Paesi Ocse) di regulations che tanto male fanno all'impresa privata, come ben sappiamo in Italia. Sia la Banca Mondiale che il World economic forum collocano la Danimarca ai primi posti al mondo nella graduatoria della "Facilità nel Fare Business". Questi successi, sottolineano le fonti, sono il risultato di un duro lavoro politico, ovvero di riforme economiche inizialmente dirette solo a superare la crisi e successivamente finalizzate a orizzonti di più ampia portata. Il tutto in un contesto di collaborazione politica (governi di minoranza, governi di coalizione, ecc.) non sempre presente in altri Paesi, meno che mai in Italia.

Si giunge così al terzo caso, quello della "lezione" che un solo, piccolo Paese può impartire a un coacervo di Nazioni tra i più potenti (e supponenti ) del mondo, ovvero l'Eurozona. Il solo piccolo Paese in questo caso è la Svizzera. I suoi 20 Cantoni sono uniti nella Confederazione più o meno come i 28 (d'ora in poi 27) Stati sono incardinati nell'Unione europea. La lezione qui ha che fare con la serietà con cui la Svizzera ha saputo collegare la propria stabilità economica con la durezza della regola "no bailout" in caso di fallimento finanziario di una delle sue cosiddette "unità costituenti". Questa regola è stata sempre seguita sia nei casi di difficoltà finanziaria in cui incapparono negli anni '90 i Cantoni di Berna, Solothurn, Appenzell e altri, sia nel caso - esemplare - del Comune di Leukerbad (Canton Vallese), che nel 1998 si dichiarò fallito, sperando nel suo salvataggio da parte del livello cantonale. Né la Federazione nel primo caso, né il Cantone nel secondo, si piegarono alla soluzione del bailout:anche un solo esempio di cedimento, si continua a sottolineare in Svizzera, creerebbe l'aspettativa che in ogni altra circostanza lo si ripeterebbe a prescindere dalla solennità delle promesse e degli impegni. Vero è che il "no bailout"svizzero si è coniugato già dall'anno 2002 con quello Schuldenbremse applicato ai Cantoni e che fu adottato poi, nel 2009, dalla Germania, la quale a sua volta ne ha fatto il perno del Fiscal compact europeo, da lei strenuamente voluto. 

La lezione svizzera all'Europa è chiara: una disciplina fiscale vera non è possibile se non accompagnata da una rigida norma "no bailout", magari inserita in Costituzione e comunque sempre, implicitamente, esistente. I "risanamenti" dei bilanci fruiti nel tempo da molte Regioni italiane (ma anche, nel passato, da alcuni Laender tedeschi) rappresentano forse il massimo che una "maestrina" severa come la Svizzera potrebbe tollerare.

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COMMENTI
02/12/2016 - Commento (francesco taddei)

La loro ricetta economica si chiama austerità'! Solo che fanno dimagrire lo stato anziché' le tasche dei cittadini!