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SPY FINANZA/ "L'abbaglio" sul taglio della produzione di petrolio

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C'è poi un'altra criticità. Differente è infatti la situazione per l'Indonesia, riaccolta di recente nell'Organizzazione: il Paese ha infatti deciso di autosospendersi, in quanto diminuendo la propria quota produttiva tornerebbe a essere un importatore netto di idrocarburi. Un nuovo abbandono di Giacarta potrebbe quindi smorzare l'entusiasmo intorno all'annuncio, in quanto la riduzione concordata apparirebbe modesta nel caso in cui comprendesse già l'intera produzione indonesiana, ovvero 750 mila barili al giorno. Il mercato, però, avido di segnali "buy" e ancora euforico per il rally che la vittoria di Donald Trump ha innescato nelle equities, ha visto solo il lato positivo di quanto deciso a Vienna, anche perché si tratta del primo taglio effettuato dal 2008: dopo la notizia, il Brent ha di fatto aumentato il rialzo scambiando alle 18:45 a 51,67 dollari al barile (+9,19%), seguito dal Wti a 49,22 dollari al barile (+8,82%). 

Ma qual è la vera natura di questo accordo? In occasione del vertice del 27 novembre 2014, l'Arabia Saudita, deus ex machina di fatto dell'Opec, riuscì a far prevalere la decisione di mantenere l'output invariato, nonostante il forte aumento dell'offerta globale legato al boom dello shale oil nordamericano. L'obiettivo di Ryad, all'epoca, era far scendere i prezzi per non perdere quote di mercato a favore dei produttori di idrocarburi non convenzionali di Usa e Canada che, sulla carta, avrebbero dovuto finire per cedere, a causa dei costi di produzione molto più elevati rispetto ai Paesi del Golfo. Tuttavia, i competitor mostrarono un'efficienza e una resistenza imprevedibili, innescando così il tracollo delle quotazioni, scese dai 70 dollari al barile di fine 2014 ai 26-27 dollari al barile dello scorso gennaio. 

Come vi dico da sempre, l'Arabia Saudita è incappata nella classica arma a doppio taglio e si è suicidata, come dimostra il suo deficit di budget e il fatto che sia dovuta ricorrere a un'emissione obbligazionaria sovrana monstreper tappare i buchi di bilancio e pagare gli arretrati. Oggi invece qual è la ratio che sottende l'accordo? Più o meno, la stessa. La finalità ultimativa della decisione dell'Opec è infatti quella di normalizzare gli eccessivi livelli delle scorte e non di puntare a prezzi più alti per il barile, visto che quest'ultima finalità porterebbe immediatamente a un aumento della produzione di shale. Parlando a latere della riunione, il ministro del Petrolio nigeriano, Immanuel Ibe Kachikwu, ha infatti dichiarato che un prezzo del barile a 60 dollari sarebbe «perfetto, perché non consentirebbe un aumento eccessivo del peso dello shale oil». 

Occorre capire le dinamiche: la normalizzazione delle scorte è un driver chiave per i Paesi produttori a basso costo. Questo per due motivi: primo, genera la cosiddetta backwardation che rimuove i guadagni dalle strategie di hedgingsui prezzi ai produttori ad alto costo e, contemporaneamente, aiuta i produttori a basso costo ad aumentare la quota di mercato. Secondo, riduce la volatilità del prezzo del petrolio che aumenta la valutazione del debito e dell'equity che i produttori stanno emettendo. Insomma, normalizzando il livello delle scorte non si punta a prezzi del petrolio elevati, perché l'appiattimento della curva dei costi del petrolio e la velocità di risposta senza precedenti dell’offerta di shale si tramuterebbe rapidamente in un boomerang per i produttori a basso costo, una volta che il barile abbia superato la valutazione dei 55 dollari. Non a caso, nella conferenza stampa finale e nel comunicato ufficiale dell'Opec non si parla di prezzi più alti, bensì di ribilanciamento del mercato petrolifero, menzionando specificatamente gli eccessi nei livelli delle riserve. Insomma, paradossalmente, leggendo tra le righe, quanto deciso a Vienna mercoledì potrebbe essere un segnale d'allarme e non di soddisfazione. 



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