BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ "L'abbaglio" sul taglio della produzione di petrolio

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

LaPresse  LaPresse
<< Prima pagina

Attenzione, poi, alle sottovalutazione o alle analisi troppo frettolose, come mi paiono essere state quelle dell'Opec, la quale ha venduto la pelle dell'orso russo prima di averlo catturato, visto che Novak ha detto chiaro e tondo che non intende quantificare il taglio alla produzione. Inoltre, sta a mio avviso sottostimando l'addio indonesiano e mal calcolando l'afflusso di output da Paesi che hanno già detto che non intendono partecipare al taglio, come Norvegia, Oman e Messico. E quest'ultimo caso è da tenere molto in considerazione. Sempre il già citato ministro del Petrolio nigeriano, parlando ai giornalisti, aveva confermato un taglio della produzione messicana di 150mila barili al giorno, ma pochi istanti dopo la notizia del raggiungimento dell'accordo, attraverso Bloomberg, il produttore messicano Pemex spegneva ogni entusiasmo, dicendo che non intende pianificare alcun ulteriore taglio per l'intero 2017. Non fosse altro che per mettere il bastone tra le ruote allo shale del non amatissimo, da quelle parti, Donald Trump. 

Strategia o veramente all'Opec hanno voluto fare i conti senza l'oste pur di raggiungere un accordo a ogni costo, come temo? Non ci vorrà molto a scoprirlo, visto che la prossima settimana si terrà il meeting di Doha tra i Paesi produttori e lì gli altarini potrebbero saltare fuori, generando però un effetto devastante su un mercato sovra-eccitato che si troverebbe a fare i conti con crolli dei titoli del comparto e corsa alla ricopertura forzata delle posizioni long. Infine, vi invito a riflettere su una cosa: gli Stati Uniti se ne fregheranno bellamente di qualsiasi decisione presa dall'Opec e continueranno a pompare al massimo, soprattutto ora che alla Casa Bianca è arrivato un isolazionista e protezionista in capo economico come Donald Trump. La cui politica economica, sebbene finora solo limitata ad annunci e proclami sta già destabilizzando i mercati.  

Ieri Bloomberg notava come il mese di novembre sia stato disastroso per l'andamento delle obbligazioni: il Bloomberg Barclays Global Aggregate Total Return Index ha perso il 4% in novembre, il maggior ribasso dall'avvio del paniere nel 1990. E proprio l'accresciuta fiducia verso la crescita americana e la promessa di Trump di mettere in campo mille miliardi di dollari di tagli fiscali e investimenti infrastrutturali ha riportato in alto i rendimenti, insieme al fatto che la Federal Reserve potrebbe davvero alzare i tassi a dicembre. A livello globale, la fuga dall'obbligazionario ha eroso 1.700 miliardi di dollari dal valore dell'indice di novembre, mentre la capitalizzazione delle azioni è salita di 635 miliardi. Prima ancora di insediarsi, Donald Trump ha già creato un pericoloso tantrum sull'obbligazionario globale e se, per caso, davvero la Yellen decidesse di aumentare di un quarto di punto il costo del denaro tra due settimane, allora aspettiamoci un bagno di sangue sui mercati emergenti stra-indebitati in dollari. Gli stessi Paesi che, in molti casi, vedono il petrolio come unica fonte di introito fiscale: attenzione ai troppi entusiasmi per l'accordo in sede Opec, potrebbe rivelarsi a breve per quello che è. Una farsa. 

< br/>
© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.