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I NUMERI/ Così la crisi ha spaccato l'Italia

Pubblicazione:martedì 27 dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento:martedì 3 gennaio 2017, 13.58

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Mi pare ci sia un dato che è stato poco approfondito, come risultato del referendum costituzionale. Esso riguarda l’ennesima differenza tra nord e sud. Come noto, le uniche tre regioni nelle quali è prevalso il Sì sono Emilia-Romagna, Toscana e Trentino-Alto Adige. Ovvio, è stato il commento unanime, sono tre regioni rosse, tre regioni tradizionalmente di sinistra, impegnata per il Sì. Ma è un commento grossolano, perché questo è vero per le prime due, non per la terza.

Invece si tratta di tre regioni del centro-nord Italia. E il dato si rafforza se si guarda più nel dettaglio il risultato percentuale delle regioni. Il dato nazionale, da tenere presente come riferimento, è di una percentuale del 59,95% per il No e del 40,05% per il Sì. Se invece prendiamo le regioni del nord fino a Toscana, Umbria e Marche incluse, tutte hanno superato il 43%, a eccezione del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, tradizionali roccaforte della Lega e del centrodestra, dove comunque la percentuale è stata del 38-39%. Tutte le altre regioni hanno percentuali tra il 38% (Molise) e addirittura il 27% (Sardegna). Insomma, mettendo in lista ordinata le regioni per percentuale al referendum, andiamo dal Trentino-Alto Adige (quasi 54%) alla Sardegna (27%) passando però dalla Sicilia (28%). E siccome una immagine vale più di mille parole, nel primo grafico si vede il dato di tutte le regioni.

Appare evidente come l’Italia sia divisa in tre (dal voto), se non in quattro, con le due isole a parte. E appare evidente come il primo blocco sia ridotto numericamente (le prime quattro da destra), ma lo sia anche il secondo (seconde quattro). Mentre il terzo blocco, il più numeroso, è formato dalle regioni del centro sud Italia, con le ultime quattro (a parte le isole) che sono precisamente le regioni più meridionali dello stivale.

Ora vediamo un altro grafico, cioè lo stesso di prima al quale però ho aggiunto il Pil pro capite (pallini in rosso). Vediamo che il Pil segue quello del referendum, con alcune eccezioni che però hanno una spiegazione. Quelli che si discostano maggiormente dalla linea dei dati del referendum, due riguardano regioni dove tradizionalmente la sinistra è più debole (Veneto e Friuli-Venezia Giulia), mentre le altre due sono le regioni che dal 2008 al 2014 hanno subito tra le maggiori perdite di Pil, cioè -12,8% e -14% (rispettivamente Lazio e Liguria). Per fare un paragone, il Veneto ha perso il 9,4%, la Toscana ha perso il 7,5%, il Trentino-Alto Adige appena il 3,5% del Pil. E l’eccezione della Valle d’Aosta? Semplicemente, non so spiegarmela (e non ho la pretesa di saper spiegare tutto). Ma il dato generale mi sembra sufficientemente allineato. E l’interpretazione finale è la seguente: il voto al referendum è stato anche un voto al governo, un voto alla politica economica del governo, una politica economica che in fondo è stata una linea continua, soprattutto tra Monti, Letta e Renzi.

In altre parole, il governo non ha saputo governare la crisi, ha lasciato che questa facesse il suo corso, colpendo le fasce più deboli e, a livello regionale, colpendo le regioni più deboli. Come accade nel libero mercato quando si aboliscono progressivamente le regole con la scusa di rendere il mercato “più libero”. In realtà, la maggiore libertà e l’assenza di regole favoriscono inevitabilmente i più forti.

 

 


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COMMENTI
27/12/2016 - Commento (francesco taddei)

Iva al 24%, cuneo fiscale, tasse altissime, contratti di categoria invece che aziendali, ordini professionali protetti come specie rare, università' che non collaborano con le imprese, sbarchi incontrollati e magistratura che fa le leggi. Serve altro per capire che stiamo morendo?