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FINANZA/ Il nuovo "sgambetto" di Merkel e Hollande a Renzi

Angela Merkel e François Hollande (Infophoto) Angela Merkel e François Hollande (Infophoto)

Spesso la responsabilità non è di coloro che ottengono l’incarico , e poggiano il loro posteriore sul seggio, ma di direttive tardive, e anche contraddittorie, provenienti da Roma. Non c’è nessun segno che la situazione - elemento di disorientamento dei nostri interlocutori - sia migliorata; al contrario, indicazioni e direttive provenienti dai Ministeri competenti per materia si sommano a spesso estemporanei tweet da Palazzo Chigi. In tale contesto, pochi hanno un genuino interesse ad aprirci le porte di club ristretti ed esclusivi dove si cammina su tappeti felpati, non si fa chiasso e non ci si vanta dei risultati che si pensa di avere ottenuto. O, peggio ancora, si utilizza il seggio per ragioni particolaristiche o di parte (quali le richieste di flessibilità).

A queste ragioni “diplomatiche” si aggiungono quelle economiche. L’Economist intellingence unit ha completato uno studio approfondito sull’Italia (di cui viene riportata una sintesi nel settimanale The Economist in edicola) da cui si ricava che, da un lato, se il Paese esce dalla moneta unica (o viene invitato ad andarsene) l’unione monetaria non potrà sopravvivere, e la stessa Ue sarà ad alto rischio ma, da un altro, se non vengono realizzate profonde riforme economiche (non istituzionali) è destinato a un progressivo impoverimento. In termini reali di parità di potere d’acquisto il Pil procapite è ai livelli del 1999.

Non tutte le previsioni per il futuro sono negative. Un’analisi della Commissione europea conclude che il Pil italiano potrebbe aumentare del 24% (rispetto allo scenario di base tracciato nello studio), ma su un arco di tempo di cinquanta anni; i benefici si comincerebbero a farsi sentire tra venticinque anni, mentre nei primi lustri del riassetto l’imprescindibile aumento della produttività comporterebbe inevitabilmente una contrazione dei salari reali, specialmente nelle regioni e aree meno sviluppate. In queste condizioni, i due documenti concordano, l’Italia ha poco da contribuire e molto da chiedere. Non la posizione migliore per fare parte di un “direttorio”, anche se “informale”.

Il quadro potrebbe migliorare se dall’Italia pervenissero proposte considerate, a torto o a ragione, non “particolaristiche”, come quella di una conferenza inter-governativa sul debito dell’eurozona. Non sembra che questa sia la strada del Presidente del Consiglio. 

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