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SPY FINANZA/ Così l'Europa "mette all'angolo" Grecia e Portogallo

L’Europa si sta riscoprendo disunita dato che Grecia e Portogallo, spiega MAURO BOTTARELLI, stanno vivendo un nuovo momento difficile che si nota anche sui loro titoli di stato

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E vai di ennesimo rimbalzo. Venerdì le Borse europee hanno chiuso tutte in positivo, con Milano maglia rosa, dopo il tracollo del giorno prima e spinte dal combinato di Fed aperturista verso tassi di interesse negativi ed ennesima bufala su un taglio della produzione dell’Opec che ha fatto salire il prezzo del petrolio fino all’12% intraday. Insomma, non c’è troppo da festeggiare. Soprattutto se, come noi, si fa parte del poco onorevole club dei cosiddetti Piigs, ovvero l’Europa periferica che deve chiedere conto a Germania e soci anche per poter respirare. Guardate i primi due grafici a fondo pagina, ci mostrano nell’ordine il livello di rischio finanziario per le banche europee, arrivato ai picchi del 2012 e l’impennata degli spread sovrani occorsa la scorsa settimana, con il Portogallo che ha visto esplodere letteralmente il suo differenziale di 200 punti base in pochi giorni. Insomma, il whatever it takes di Draghi non è servito a nulla di fronte all’assalto dei mercati e alle tensioni politiche e bancarie.

Di più, l’ultimo grafico ci mostra come il fantasioso Piigs Composite, ovvero l’indice che unisce le principali Borse dei Paesi della periferia Ue, sia oggi ai minimi da tre anni. Ma a patire maggiormente sono stati gli indici benchmark di Grecia e Portogallo, con il Psi 20 ai minimi da 20 anni e l’Athex General Index ellenico addirittura da 25 anni, avendo perso da inizio anno il 30,7%. Insomma, la crisi dei debiti europea non è affatto risolta. Anzi.

È notizia di venerdì scorso che, come ampiamente previsto, la Grecia sia tornata in recessione: nel quarto trimestre del 2015, infatti, l’economia ellenica ha segnato un -0,6%, dopo il -1,4% dei tre mesi precedenti. Tecnicamente, due trimestri di fila negativi significano recessione, almeno stando ai criteri della Banca Mondiale. Rispetto allo stesso periodo del 2015, il Pil ha registrato un calo dell’1,9%: non male per un Paese che ha visto ridursi il proprio Pil del 25% negli ultimi sette anni e il cui governo ora chiede una riforma delle pensioni che comporterebbe un taglio di 1,8 miliardi di euro, pari all’1% del Pil. Unite a questo il fatto che il debito greco non è eligibile per gli acquisti della Bce nel contesto del programma di stimolo monetario e traete voi le conseguenze. Di più, il responsabile del Fondo monetario internazionale per la Grecia, Poul Thomsen, ha avvertito che senza un piano realistico per la sostenibilità del debito, attualmente al 185% del Pil, «presto i timori di un possibile Grexit si riaffacceranno».

Ma, ovviamente, nemmeno Ue e Germania hanno voluto perdere l’occasione per bastonare Atene e il governo Tsipras. Nel fine settimana, infatti, la Troika (Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale) ha informato i ministri delle Finanze Ue sullo stato di avanzamento delle discussioni con Atene, ponendo duramente l’accento sulla riforma delle pensioni necessaria per onorare la prima conditio sine qua non posta al programma di aiuti da 86 miliardi di euro siglato la scorsa estate. La riforma annunciata a gennaio prevede la riduzione da 2.700 a 2.300 euro degli assegni più alti e un taglio del 15% sulle pensioni minime, che scenderanno a 384 euro. Insomma, una situazione potenzialmente esplosiva cui va a unirsi il processo di ricapitalizzazione delle banche, per cui verranno stanziati circa 15 miliardi di euro: nessuno si stupisca, quindi, del fatto che lo spread greco contro il Bund sia schizzato nuovamente sopra quota 1000 punti base, ai massimi dallo scorso agosto.