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SPY FINANZA/ Prezzo del petrolio, i numeri che contano più degli "accordi farsa"

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A distanza di oltre un anno, da quando l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio ha deciso per la prima volta di non tagliare la produzione, l'oro nero resta circa il 70% sotto il picco registrato nel 2014. L'offerta supera ancora la domanda e le riserve mondiali di petrolio continuano a gonfiarsi, potenzialmente spingendo i prezzi al di sotto di 20 dollari al barile, stando all'ultimo report di Goldman Sachs. A uccidere nella culla l'accordo, poi, il fatto che ne restano fuori sia l'Iran, tornato sulla piazza internazionale da qualche settimana dopo la rimozione delle sanzioni sull'export e intenzionato a non tagliare la produzione, ma, anzi, a massimizzarla per cercare di recuperare in tempi rapidi le quote di mercato perse, ma anche gli Stati Uniti, diventati nel frattempo il primo produttore di oro nero al mondo attraverso la rivoluzione dello shale oil, il cui mercato però è proprio quello che sta mandando i segnali più inquietanti. 

«L'Iran non abbandonerà la sua quota di produzione nel mercato del petrolio», ha dichiarato il ministro del petrolio, Bijan Zanganeh, all'agenzia governativa, il quale ha proseguito ricordando che «ciò che è importante è, in primo luogo, che il mercato del petrolio è ora di fronte un eccesso di offerta; in secondo luogo che l'Iran non ritira la sua quota». La scoperta dell'acqua calda in salsa persiana, insomma. In compenso, Teheran resta strategicamente aperta al dialogo, visto che sempre Bijan Zanganeh si è detto «pronto per la discussione con gli altri paesi produttori. C'è spazio per considerare la questione». Ma, come anticipavo, è paradossalmente l'America a dirci di più. Per l'esattezza i due grafici a fondo pagina, il primo dei quali ci mostra la faccia più oscura della saturazione in atto: si tratta della differenza delle scorte Usa al 22 gennaio scorso contro la media dei cinque anni precedenti. In parole povere, anche il sistema di stoccaggio molto flessibile e adattabile degli Stati Uniti sta raggiungendo il suo limite massimo. Il secondo, invece, mostra quale potrebbe essere la dinamica nel breve termine, visto che già oggi le principali raffinerie Usa stanno scaricando petrolio sul mercato. Stando a dati della U.S. Energy Information Administration, le scorte a Cushing, l'hub di consegna in Oklahoma che la scorsa settimana ha toccato il livello record di 64,7 milioni di barili, sono solo a 8 milioni di barili dal loro limite teorico, di fatto aprendo uno scenario dioverflow già per le prossime settimane e non mesi. 

Il mercato potrà reggere una dinamica di ulteriore saturazione in attesa che arrivi l'estate e salga la domanda saudita, con l'Iran che nel frattempo avrà quasi raddoppiato la sua produzione giornaliera? Lo stoccaggio è ai massimi da una decade, con quello americano che all'inizio dello scorso novembre ha toccato i 487 milioni di barili, ma che solo a metà gennaio aveva sfondato il record massimo da 80 anni di 490 milioni. Su dati ufficiali dell'Eia, oggi la capacità di stoccaggio operativa statunitense è oltre al 60% di riempimento. Certo, c'è ancora spazio, ma meno di quanto sembri, visto che costruire nuovi siti richiede tempi molto lunghi. 

E globalmente la questione non è molto migliore, visto che sempre su dati Iea, solo nel 2015 si è aggiunto alle scorte mondiali 1 miliardo di barili, qualcosa che vede lo stoccaggio nei Paesi Ocse superare la media a 5 anni di 210 milioni di barili. Un mare di petrolio che rischia di tracimare e di cui l'accordo di Doha rappresenta solo poche gocce. 

 

 


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