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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ "L'allarme rosso" dal Giappone

Paul Krugman (Infophoto)Paul Krugman (Infophoto)

La scelta della Banca centrale era motivata dalla prospettiva di svalutare la moneta per contrastare la deflazione, ma ha ottenuto l'effetto contrario, come conferma David Bloom, capo del valutario di Hscb: «Hanno ottenuto uno shock politico inverso ed è una questione ormai generale, visto che le nazioni stanno perdendo la loro capacità di deprezzare le loro valute. Prendiamo la Banca centrale svizzera: ha speso 150 miliardi di dollari in quattro mesi per svalutare il franco e non ha ottenuto nulla. E stiamo parlando di un mercato 14 volte più piccolo di quello giapponese». Il tutto in un contesto che, nonostante quasi un anno e mezzo di Qe ai massimi, è di piena deflazione, con i prezzi alla produzione che ha gennaio sono scesi del 3,1% e l'economia ancora una volta in contrazione su base trimestrale. Neil Mellor di Bny Mellon non ha dubbi: «Quanto sta accadendo in questi giorni potrebbe finire nei libri di storia come la morte dell'Abenomics. Il premier Abe non può mettersi in un angolo e lasciare che il progetto finisca in questo modo, ma i tassi in negativo si sono rivelati un'arma a doppio taglio che ha colpito le banche. A questo punto c'è solo una domanda da farsi, cosa si inventeranno adesso?». 

Inoltre, lo yen è un indicatore molto attenzionato dai traders per valutare il livello di stress del mercato, visto che i suoi balzi netti al rialzo sono sempre coincisi con l'arrivo di fasi di crisi acuta, come la crisi asiatica del 1998 o il fallimento Lehman del 2008. E questa dinamica si sostanzia per un motivo molto semplice, ovvero che il Giappone è il più grande creditore netto del mondo, con assets esteri per 3,5 triliardi di dollari, pari al 72% del suo Pil: un ratio comparabile con quelle di Svizzera o Norvegia, ma su scala enormemente maggiore. Inoltre, i fondi giapponesi hanno livelli record di assets senza protezione - unhedged - negli Stati Uniti, i quali divengono immediatamente a rischio se la Fed si ritirerà dal suo programma di contrazione monetaria e i rendimenti dei Treasuries cominciassero a crollare. 

È il momento in cui entra il campo la valutazione del VaR (Value-at-risk, ovvero il valore a cui si iscrive a bilancio la detenzione di un certo asset affinché sia profittevole e non faccia incorrere in perdite) e questo potrebbe obbligare i fondi a tagliare le detenzioni, inviando shock sistemici. Ed è quello che sta accadendo, visto che in sei settimane il rendimento del decennale statunitense è passato dal 2,31% all'1,57%, mandando in malora il trade preferito dai giapponesi, ovvero andare long sulla valutazione del dollaro: e attenzione, perché i giapponesi sono noti per un uso abbastanza spericolato della leva quando operano, quindi il danno si moltiplica esponenzialmente. 

Inoltre, la sindrome dello yen è amplificata dal Qe in atto, visto che la Bank of Japan sta comprando bond per 70 miliardi di dollari al mese, di fatto monetizzando l'intero deficit di budget: significa il 33% dei 9,3 triliardi di debito pubblico del Paese. Con un appetito così insaziabile e onnivoro, la Bank of Japan ha fatto uscire banche, compagnie assicurative e il fondo pensione (Gpif) da 1,2 trliardi di dollari dal mercato obbligazionario e li ha spinti verso investimenti esteri, una strategia deliberata per svalutare lo yen a fronte di acquisti in euro, dollari e sterline: il problema è che una strategia del genere è come una molla, può rimbalzare indietro a ogni minimo shock esterno. E con l'ex vice-presidente della Bank of Japan, Kazumasa Iwata, che l'altro giorno ha parlato della possibilità di tassi i negativo fino al 2%, capite da soli che stiamo entrando in territori totalmente inesplorati. E di pericolosità unica. 

Ma si sa, il padrino dell'Abenomics è il Nobel keynesiano Paul Krugman, quindi nessun media si permette di dire cosa in realtà sia il suo esperimento nipponico: un fallimento su tutta la linea che regalerà al Giappone un'altra lost decade. Complimenti. 

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