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SPY FINANZA/ "L'allarme rosso" dal Giappone

Mentre le borse europee ieri viaggiavano in territorio positivo, a Tokyo il Nikkei chiudeva in rosso. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché le cose non vanno bene per il Giappone

Paul Krugman (Infophoto) Paul Krugman (Infophoto)

Borse tutte toniche ieri in apertura, tutte tranne una. L'indice Nikkei della Borsa di Tokyo ha chiuso infatti in ribasso dell'1,36%: il mercato azionario giapponese è tornato dunque ad arretrare dopo il forte balzo di lunedì e il lieve rialzo di martedì, nonostante il traino notturno garantito da Wall Street. Il sentiment degli investitori resta instabile e condizionato dall'andamento del cambio dello yen, tornato ieri ad apprezzarsi sul dollaro sotto la soglia di 114 (sull'euro è arrivato a quota 127). E il primo grafico a fondo pagina ci mostra plasticamente quanto sia importante per Tokyo e la sua Abenomics che lo yen resti svalutato rispetto al biglietto verde, mentre il secondo ci mostra plasticamente come i mercati prezzino già oggi un chiaro trend di rialzo della valuta nipponica attraverso le loro scommesse, di fatto anticipando il fallimento totale dell'Abenomics. 

Ma torniamo un attimo al mega rialzo di lunedì scorso, quando il NIkkei chiuse in aumento di oltre il 7%. A cosa era dovuto quel balzo? Al ritorno in negativo del Pil giapponese nel quarto trimestre (-1,4% annualizzato, -0,4% sul terzo trimestre) e soprattutto a causa del calo dei consumi (-0,8%): ovvero, la solita logica del bad news is good news. Se le dinamiche macro vanno male, ci sarà più stimolo ancora da parte della Bank of Japan, quindi lo yen reagisce come il cane di Pavlov svalutandosi e gli indici schizzano in alto. Lunedì, infatti, il deprezzamento della valuta nella fascia alta di un cambio tra 113 e 114 sul dollaro ha fatto esplodere le quotazioni dei titoli delle società esportatrici, dalle automobili all'elettronica. Di più, il boom di lunedì era anche figlio delle parole pronunciate il venerdì precedente dal premier, Shinzo Abe, il quale ha ribadito che «il governo è pronto a fare i passi necessari di fronte all'indesiderabilità di eccessive escursioni sul mercato dei cambi». 

E ieri, invece, cosa è accaduto per deprimere così il listino, mentre gli indici di tutta Europa festeggiavano non si sa cosa? Il mercato interbancario nipponico ha mandato un segnale di allarme rosso: per la prima volta nella storia, l'overnight call rate, il tasso di riferimento per i prestiti tra banche giapponesi, è sceso a livelli negativi, all'indomani dell'entrata in vigore della nuova politica monetaria della Banca del Giappone che prevede l'imposizione di un tasso negativo dello 0,1% sulle riserve bancarie in eccesso. Di più, sul fronte macro a dicembre 2015 gli ordini core di macchinari sono aumentati del 4,2% sul mese precedente (quando erano caduti del 14,4%), ma diminuiti del 3,6% rispetto su base annua, mentre la domanda dall'estero (indicatrice del futuro trend dell'export) risultava in calo del 3,1%. Male anche le ultime indicazioni sui consumi, con il dato del 2015 sulla spesa delle famiglie che evidenziava una diminuzione del 2,7%. 

Cosa cambia rispetto alle brutte notizie di lunedì che avevano acceso gli entusiasmi? Primo, la delusione sul prezzo del petrolio derivata dal meeting farsa tra Russia e Arabia Saudita. Secondo, il rialzo troppo rapido delle valutazioni delle yen, sintomo che qualcosa si è rotto nel meccanismo di trasmissione tra promesse del governo e azioni del mercato. Guardate il terzo grafico, ci mostra plasticamente i risultati ottenuti dal Giappone con il suo Abenomics dopo 16 mesi di stamperia ininterrotta e a tutta forza: un fallimento su tutta la linea. La valuta giapponese si è apprezzata del 9% sul dollaro da quando la Bank of Japan ha portato in negativo il tasso sui depositi alla fine di gennaio, di fatto annullando tutti i propositi insiti in questa mossa, mentre il Nikkei ha perso il 22% dall'inizio di dicembre a oggi.